Lo sgombero come promessa politica
CasaPound e lo sfratto dichiarato da anni e alla fine sempre rimandato
Lo sgombero come promessa politica
di Aldo Grasso | 13 settembre 2026CasaPound e lo sfratto dichiarato da anni e alla fine sempre rimandato
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Il paradosso si riassume in una formula d’ordinanza: «prima o poi». Lo sgombero di CasaPound è diventato una promessa politica seriale: cambiano i governi, i ministri, le maggioranze, ma l’occupazione di via Napoleone III resta lì, con la tenacia di chi sa come aspettare.
Sono passati ventitré anni. Nel frattempo abbiamo avuto annunci, vertici, ricorsi, procedure, dichiarazioni solenni. E adesso il ministro Matteo Piantedosi promette lo sgombero. Di nuovo.
A questo punto la domanda non è più se CasaPound verrà sgomberata, ma se esista ancora qualcuno disposto ad aspettare la prossima puntata. Perché ormai lo sgombero è diventato un’operazione politica prima ancora che amministrativa: si trasforma l’esecuzione in un genere narrativo e la si deposita nel limbo delle cose da fare. È lo «sfratto» allo stato intenzionale: politicamente compiuto, praticamente rimandato.
Dopo quasi un quarto di secolo, CasaPound non è più soltanto una questione legale. È diventata una curiosa unità di misura della fermezza istituzionale nell’arte di procrastinare.
Piantedosi promette. Vedremo. Perché ormai anche lo sgombero ha bisogno del suo «sgombero politico»: qualcuno dovrebbe finalmente liberarlo dalle promesse, dalla retorica delle conferenze stampa e accompagnarlo, con tutte le carte in regola, fino alla porta di via Napoleone III.
13 settembre 2026
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