I cambiamenti politici non avvengono per caso
Il problema dei sistemi complessi che sembrano immobili è che spesso si stanno muovendo moltissimo. Solo che lo fanno sotto la superficie. È quello che sta accadendo oggi tra Germania e Italia...
I cambiamenti politici non avvengono per caso
Gabriella Greison | 12 settembre 2026Il problema dei sistemi complessi che sembrano immobili è che spesso si stanno muovendo moltissimo. Solo che lo fanno sotto la superficie. È quello che sta accadendo oggi tra Germania e Italia...
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Ci sono momenti in cui la politica sembra immobile. I governi durano, i partiti ripetono le stesse frasi, i sondaggi si spostano di qualche decimale. Poi, in una notte, cambia tutto. Il problema dei sistemi complessi che sembrano immobili è che spesso si stanno muovendo moltissimo. Solo che lo fanno sotto la superficie. È quello che sta accadendo oggi tra Germania e Italia: da una parte un sistema politico che ha appena mostrato una frattura improvvisa, dall’altra uno che celebra la propria stabilità. Sembrano due storie opposte. Guardate con gli occhi dei sistemi complessi, potrebbero raccontare qualcosa di molto simile.
Sassonia-Anhalt, Germania orientale. Alle elezioni regionali l’AfD ha ottenuto il 43,8 per cento dei voti, più del doppio della CDU, precipitata intorno al 17. È stato un salto. Un sistema politico che sembrava reggere ha cambiato configurazione. Naturalmente adesso tutti cercano la causa. L’immigrazione. La crisi economica. La guerra. La sfiducia nei partiti tradizionali. La nostalgia della Germania dell’Est. I social network. L’uomo arrabbiato tra i trenta e i sessant’anni, che nelle analisi elettorali compare ormai più spesso del prezzemolo. Strano che in Italia non siano ancora usciti titoli con le opinioni di Briatore e Cruciani: uno per individuare chi non ha voglia di lavorare, l’altro per trovare qualcuno con cui litigarci.
Il problema è che nei sistemi complessi la causa unica quasi non esiste. Un sistema complesso è formato da moltissimi elementi che interagiscono, si influenzano e producono effetti che nessuno di loro, preso da solo, aveva programmato. Il risultato finale non è la semplice somma delle parti. È qualcosa che emerge dalle loro relazioni.
Anche un risultato elettorale funziona così. Non nasce il giorno del voto. La paura genera messaggi politici più estremi; quei messaggi rendono la paura più visibile; la visibilità fa sembrare certe idee più diffuse e quindi più accettabili; l’accettabilità porta nuovi voti. È un circuito di feedback. Stabilire dove sia cominciato è come chiedere chi abbia iniziato una lite di condominio nel 1987. Tutti hanno una versione, nessuno ha più il verbale.
Per anni il sistema può assorbire queste tensioni senza modificare la propria forma. Poi raggiunge una soglia critica. Il mais resta mais mentre si scalda. Poi, pop. Naturalmente noi intervisteremmo l’ultimo chicco, chiedendogli quando ha capito che sarebbe esploso. Tutto il calore accumulato prima può aspettare.
Il 43,8 per cento dell’AfD non è dunque un fulmine apparso una domenica sera. È la parte visibile di un processo che lavorava da tempo. Quando i cambiamenti sono ancora evitabili sembrano improbabili; quando diventano evidenti, tutti spiegano che erano inevitabili. È una delle attività preferite dagli esseri umani, subito dopo commentare il meteo guardando fuori dalla finestra, e spiegare la fisica quantistica: di questi tempi lo fanno tutti, soprattutto quelli che hanno avuto la prudenza di non studiarla.
Qui entra in gioco il cordone sanitario, il rifiuto degli altri partiti di allearsi con l’AfD. In termini di reti, è una barriera che impedisce a un nodo estremista di collegarsi al sistema. Finché quel nodo è piccolo, lo isola. Quando raccoglie quasi metà dei voti, costringe gli altri a combinazioni fragili e può alimentare il racconto dell’esclusione: «Hanno tutti paura di noi». La protezione resta necessaria, ma può produrre effetti collaterali. I sistemi complessi non consentono soluzioni pure e, soprattutto, non leggono i comunicati stampa.
Mentre la Germania osserva questo salto, in Italia Giorgia Meloni celebra il governo più longevo della storia repubblicana e indica la stabilità come il suo risultato principale. Le opposizioni chiamano quella stessa stabilità immobilismo. Sembrerebbe il solito gioco politico: chi governa dice «tenuta», chi si oppone dice «paralisi», e il cittadino nel frattempo cerca di prenotare una visita medica entro il decennio.
Da una parte ci sono i sacerdoti della stabilità: se un governo dura, allora funziona. Un criterio con il quale anche un parcheggio multipiano potrebbe candidarsi alla presidenza della Repubblica. Dall’altra ci sono i profeti del tracollo, che annunciano la caduta del governo ogni mattina e la sera la rinviano per sopraggiunti impegni. Sono le due caricature del dibattito. Nel mezzo, quasi mai, compare la complessità.
Nei sistemi complessi essere stabili ed essere bloccati non sono la stessa cosa. Un sistema resiliente assorbe gli urti, si modifica e continua a funzionare. Un sistema rigido assorbe gli urti impedendo il cambiamento, finché non riesce più a farlo. Da fuori possono apparire identici. Entrambi restano in piedi. La differenza si vede quando arriva una perturbazione abbastanza forte.
La longevità di un governo è un dato. La salute del sistema è un’altra cosa. Bisogna chiedersi se durante quella stabilità siano aumentate le capacità di adattamento: sanità, scuola, salari, amministrazione, risposta alle crisi climatiche (ripeto: risposta alle crisi climatiche), produttività. Oppure se siano rimasti invariati soprattutto i rapporti di forza. Restare fermi è utilissimo quando ci si trova nel posto giusto. Se il terreno sotto si muove, un po’ meno.
Non sto dicendo che l’Italia replicherà la Sassonia-Anhalt. Le analogie servono a riconoscere i meccanismi, non a prevedere gli esiti. Chi usa una formula per annunciare il futuro della politica non sta facendo fisica: sta facendo un oroscopo con più simboli.
Sto dicendo che l’immobilità italiana e l’esplosione tedesca potrebbero essere due momenti di una dinamica simile: questione di soglia. Non sappiamo se, dove e in quale direzione. L’emergenza del nuovo non ha un’ideologia prestabilita. Ha condizioni iniziali, relazioni e feedback.
Liquidare il voto tedesco come un incidente locale sarebbe rassicurante ma poco intelligente. Celebrare la stabilità italiana come un valore autosufficiente sarebbe altrettanto comodo. Il contrario del cambiamento non è sempre la stabilità. A volte è soltanto un cambiamento che non riusciamo ancora a vedere.
12 settembre 2026
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