Tre anni decisivi per il futuro UE
L’onda ostile all’integrazione europea potrebbe travolgere tutto. Chi non lo vuole ha tempi stretti per reagire concretamente
Tre anni decisivi per il futuro UE
Enzo Moavero Milanesi | 12 settembre 2026L’onda ostile all’integrazione europea potrebbe travolgere tutto. Chi non lo vuole ha tempi stretti per reagire concretamente
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In Europa, i tempi sono complessi e gli equilibri tradizionali barcollano. La sequenza di crisi globali (dalla tormenta finanziaria alla pandemia, dai vicini conflitti armati all’immigrazione non governata) ha lasciato eredità pesanti. È aumentato il disagio sociale, i cittadini temono per la propria sicurezza, l’economia arranca, la debolezza tecnologica è tangibile, alleanze che reputavamo stabili sono diventate incerte, mentre la guerra è tornata sanguinosamente alla ribalta. Il futuro ci preoccupa, pieno di interrogativi che suscitano accesi dibattiti. C’è e ci sarà un impatto sugli esiti elettorali, imprescindibili per il nostro avvenire e più in particolare, per quello dell’Unione europea che si trova in un triennio cruciale.
Tutti noi viviamo da oltre settanta anni nel suo ambito e ciascuno se ne è fatto un’idea, abbastanza precisa, sovente volubile. Di solito, le attribuiamo il merito storico di aver portato una pace stabile fra i suoi Stati membri che per secoli si erano combattuti. Ci identifichiamo nei suoi valori base, pur considerandoli nostri a prescindere dall’enunciazione Ue. Tendiamo a pensare che l’eliminazione di dazi e barriere alla circolazione di merci, servizi e capitali sia un volano di crescita economica e abbia ampliato le opportunità per aziende e consumatori. Gradiamo viaggiare senza controlli al passaggio delle frontiere e utilizzare la medesima moneta. Però, ci sono anche svariate realizzazioni e iniziative Ue su cui diamo giudizi discordanti, per esempio sulla meticolosità e la quantità delle sue normative, sui reali benefici dell’euro, sulle spinte pro-ambiente. In tanti, poi, riteniamo l’Unione negligente in tema di immigrazione e di risultati della sua diplomazia, così come è impercettibile il suo valore aggiunto sul versante della difesa comune.
Queste opinioni e altre ancora compaiono, da lunga data, nelle dichiarazioni e nei programmi dei partiti e movimenti che si confrontano nell’arena della democrazia rappresentativa. Le ben visibili posizioni critiche, costituiscono un architrave propagandistico per acquisire consensi. Nel 2026 fino al 2029, sono in calendario elezioni di portata nazionale in parecchi Stati Ue (fra cui i più popolosi: Francia, Germania, Italia, Polonia e Spagna) e oggi si vota in Svezia. Ovunque ci sono partiti anti-Europa, spesso in palese ascesa: se arrivano alla guida dei governi o diventano determinanti per formarli, avrebbero l’occasione per mutare il senso dell’integrazione europea. Ma fino a che punto potrebbe essere cambiata l’Unione e quanto rapidamente?
Per rispondere, inviterei a riflettere sugli elementi seguenti. Primo, molto dipenderà dalla configurazione di ciascun governo e dal peso che avrà nel suo seno la componente anti-Europa. Secondo, essendo in discussione scelte politiche di rilievo, va messo in conto un possibile pragmatismo da realpolitik che attenui i propositi elettoralistici. Terzo, se pensiamo a svolte o correzioni di rotta, in una cornice di conservazione dell’Unione europea, resterà nodale la capacità dei governi dei vari Stati membri di convergere tra loro per definirle; problema non secondario, vista la cultura nazionalista dei partiti in questione.
Quarto, quale che sia la maggioranza che governa, ci sarà un’opposizione che su materie di tale importanza potrà far sentire la sua voce, senza dimenticare la forza di contrappeso di chi, come gli imprenditori, verrebbe di certo danneggiato dai passi indietro eccessivi. Quinto, malgrado i caveat enumerati, non vanno esclusi gli scenari radicali: stalli frequenti e prolungati, il sostanziale blocco inerziale dell’attività Ue, un suo progressivo sfarinamento o una veloce dissoluzione.
Sono eventualità nient’affatto remote e anzi, sono agevolate dall’architettura istituzionale dell’Unione e dalle sue regole di funzionamento. Sappiamo che non è un’entità federale e nemmeno confederale: si regge su trattati internazionali e sulla cooperazione fra i membri. Da un trattato si può recedere unilateralmente (vedi la Brexit) e se a farlo o a prospettarlo fossero più Stati di spicco, sarebbe la fine. Inoltre, gli stessi trattati base dispongono che alcune decisioni e leggi centrali dell’Unione devono essere adottate con il voto unanime dei governi dei paesi membri in seno al Consiglio Ue: parliamo, ad esempio, del bilancio con le risorse finanziarie indispensabili per esistere e operare, delle delibere di politica estera e di difesa (già adesso latitanti), delle norme fiscali e tributarie, della speciale procedura per sanzionare la violazione dei valori fondanti Ue (proprio quelli in costante tensione con non pochi propositi dei partiti anti-Europa).
Peraltro, con un singolare paradosso per gli slogan più ricorrenti di tali partiti, il potere di veto che discende dall’esigenza di unanimità al Consiglio Ue, non fermerebbe l’inviso e criticato flusso legislativo a disciplina capillare del mercato interno europeo, né gli indigesti provvedimenti su deficit e debito pubblico degli Stati nel contesto dell’unione economica e monetaria. Infatti, in ambedue i casi, per l’approvazione serve una maggioranza qualificata che stenterebbe a esprimersi solo se i governi di stampo anti-Europa fossero in numero sufficiente a rappresentare più del 35% della popolazione totale dell’Unione. Sembra difficile, ma l’onda nazionalista ostile all’integrazione europea potrebbe, nel prossimo triennio, travolgere tutto. Chi non lo auspica ha tempi stretti per reagire in maniera davvero risoluta e concreta.
12 settembre 2026
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