L’Adige, ottant’anni di notizie. Una mostra raccoglie prime pagine, storie e foto iconiche del giornale
Il direttore Depentori: «Abbiamo accompagnato il Trentino verso la modernità. Le notizie che ci hanno segnato? La tragedia di Stava e quella di Andrea Papi»
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L’Adige, ottant’anni di notizie. Una mostra raccoglie prime pagine, storie e foto iconiche del giornale
di Lorenzo PadoanIl direttore Depentori: «Abbiamo accompagnato il Trentino verso la modernità. Le notizie che ci hanno segnato? La tragedia di Stava e quella di Andrea Papi»
Aperta da ieri alle Gallerie di Piedicastello, la mostra «Una storia quotidiana», curata dalla Fondazione Museo storico del Trentino per gli ottant’anni de «L’Adige», raccoglie «le storie enormi e quelle più piccole», afferma il direttore del quotidiano Pierluigi Depentori. Uno scatto degli anni Settanta ritrae un venditore di automobili con la targa provinciale numero 60mila: «Il Trentino passava dai vecchi mezzi trainati dagli animali alle automobili, compiendo una svolta verso la modernità», spiega Depentori. L’esposizione riunisce 800 notizie, prime pagine e approfondimenti tematici, raccontando il Trentino e i trentini ma anche l’evoluzione del mestiere e le vicende del giornale.
Direttore, passiamo alle storie enormi. Personalmente, qual è quella che l’ha colpita di più?
«La tragedia di Stava. Per le 268 vittime e perché ha segnato il Trentino nel profondo: è stato un punto di svolta per le questioni riguardanti la prevenzione ambientale. Nei miei anni da direttore, la tragedia di Andrea Papi. Anche qui si è capito, sin da subito, che sarebbe cambiato il Trentino. Il modo in cui la popolazione guarda ai plantigradi non è più lo stesso».
Come raccontate il cambiamento del giornalismo?
«In più modi e faccio un esempio. C’è un’analisi su come è cambiata la deontologia nel racconto delle tragedie. Penso alla pubblicazione delle immagini dei cadaveri. Le fotografie di Aldo Moro e Piersanti Mattarella oggi non verrebbero mostrate nello stesso modo. Lo stesso vale per le manette ai polsi delle persone arrestate».
E le tecnologie?
«Si parte dalla Lettera 22 con cui Aldo Gorfer scriveva i suoi grandi reportage e dalle tecnologie di stampa degli anni Settanta, fino alla prima intervista a Chatgpt, che realizzai personalmente per curiosità tre anni fa».
In quella conversazione l’IA era ancora così acerba da indicare Maurizio Fugatti come suo predecessore alla guida de L’Adige. Oggi ha raggiunto livelli inimmaginabili: le fa paura?
«Certo. Anche perché c’è chi dice che spazzerà via il giornalismo e nelle scorse settimane si è scritto dell’arrivo in Trentino dei primi siti con articoli attribuiti a presunti giornalisti, completi di nome e fotografia, che in realtà sono agenti di intelligenza artificiale. Allo stesso tempo, dipende da cosa intendiamo per sete di informazione. Se intendiamo due righe lette velocemente sui social, è un conto, ma se cerchiamo un’informazione profonda, capace di “unire i puntini delle cose”, difficilmente potrà essere fornita se non da un giornalista formato e con esperienza sul campo».
Ha citato Gorfer. Perché è stato un grande giornalista?
«Perché consumava le suole delle scarpe. Solo se vai sul posto, verifichi ogni cosa e vedi tutto con i tuoi occhi, puoi raccontare i colori della notizia. C’è poi un altro aspetto. Gorfer ha fatto conoscere il Trentino ai trentini, portandoli coi suoi racconti oltre la prospettiva della propria valle e offrendo loro uno sguardo più complesso e completo».
Quanto è importante, per un’autonomia forte, avere un’informazione locale altrettanto forte?
«È fondamentale. Significa aver accompagnato il Trentino negli anni in cui l’autonomia è stata acquisita e vissuta, ma anche esserne la coscienza critica. L’informazione pungola il potere quando è giusto pungolarlo per evitare che il Trentino si sieda sugli allori».
Quale notizia in un’analoga mostra in futuro rappresenterebbe meglio quest’anno in corso?
«Il Trentino del 2026 è stato il Trentino delle Olimpiadi. Per le medaglie conquistate e perché, se c’è stato un territorio che ha vinto l’oro, è stato il Trentino, dove il mondo del volontariato legato alle Olimpiadi ha fatto funzionare alla perfezione tutta la macchina. E poi il Trentino è stato l’unico territorio a rinunciare a una parte dei Giochi, il pattinaggio a Piné, perché non voleva creare una cattedrale nel deserto di difficile gestione. Abbiamo dimostrato di essere un territorio d’avanguardia che, quando ha il privilegio di disporre di una propria autonomia, sa spendere bene le risorse».
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12 settembre 2026 ( modifica il 12 settembre 2026 | 16:21)
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