Il «trauma storico collettivo» dell'11 settembre
Corriere della Sera - Cultura

Il «trauma storico collettivo» dell'11 settembre

Sabato 12 settembre 2026
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Ha avuto un impatto inestimabile sulle vite di chi l'ha vissuto direttamente ma anche di chi ha solo assistito alle immagini delle torri che si accartocciavano su loro stesse. Oltre alle conseguenze politiche... anche sulla Ue

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Il «trauma storico collettivo» dell'11 settembre

Valentine Lomellini | 12 settembre 2026

Ha avuto un impatto inestimabile sulle vite di chi l'ha vissuto direttamente ma anche di chi ha solo assistito alle immagini delle torri che si accartocciavano su loro stesse. Oltre alle conseguenze politiche... anche sulla Ue

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Non v’è dubbio alcuno che l’11 settembre abbia rappresentato ciò che gli studiosi chiamano trauma storico collettivo. Come si evince anche dalle testimonianze pubblicate su queste pagine, l’attentato ha avuto un impatto inestimabile sulle vite dei singoli che l’hanno vissuto in prima persona, ma anche sulla gente non coinvolta direttamente, che ricorda esattamente dov’era quando le Torri gemelle si sono accartocciate su loro stesse. Il trauma storico collettivo è un evento spartiacque, in cui si misura un prima e un dopo non solo nella vita pubblica, ma anche in quella privata.

Ma quanto quest’evento, che ha portato alla War on Terror lanciata dall’amministrazione Bush jr., ha segnato una svolta nello sviluppo del fenomeno terroristico e rispetto alle strategie nella lotta al terrorismo? Analizziamo il primo aspetto. Certamente la capacità devastatrice dell’attentato non ha eguali: quasi 3000 vittime in pochi minuti, senza contare quelle che sono seguite per le conseguenze dell’attacco. «L’efficacia» – per dirla in modo orribilmente cinico – è stato il vero elemento di novità. Il modus operandi, no. La contestualità degli attacchi – che è stata uno dei generatori dell’effetto dirompente anche sull’opinione pubblica – venne già utilizzata nel corso del XX secolo. 

Due esempi su tutti: il quadruplo dirottamento sul deserto di Dawson field, nel 1970, e il triplice attacco contro l’aeroporto di Fiumicino, nel 1973, entrambi ad opera di gruppi terroristici palestinesi. Non è stata una novità nemmeno l’obiettivo: gli Stati Uniti. L’ha ricordato Guido Olimpio: il World Trade Center era già stato preso di mira nel 1993, senza contare gli attentati contro obiettivi a stelle e strisce fuori dal suolo americano (le ambasciate in Kenya e Tanzania nel 1998). È quindi il devastante numero di vittime ad essere l’elemento moltiplicatore dell’11 settembre ed a renderlo punto di riferimento per le successive mosse dell’ISIS. 

Ma è il secondo aspetto a cui volevamo dedicarci, l’antiterrorismo, a costituire il vero elemento di novità. Negli anni Settanta, la rivista accademica Terrorism definiva il terrorismo come una malattia tutta europea da studiare oltreoceano con distacco. Solo dopo l’11 settembre – ha sottolineato Bruce Hoffman – è maturata negli USA una precipua volontà di elaborare una strategia antiterroristica. Non solo. L’11 settembre ha costituito un punto di svolta soprattutto rispetto al riconoscimento della necessità di una lotta al terrorismo oltre i confini statuali, con una nuova consapevolezza rispetto alla transnazionalità del fenomeno. Una consapevolezza che ha consentito la genesi di una più stretta cooperazione anche tra gli Stati europei, così sospinti nella direzione di un coordinamento già tentato con il Trattato di Maastricht. 

L’11 settembre ha quindi avuto anche una ricaduta indiretta sul processo di integrazione europea.
Il problema costitutivo, tuttavia, resta: perché attendere un evento catastrofico per perseguire speditamente politiche comuni che riguardano la sicurezza collettiva?

12 settembre 2026

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