Smog padano e incendi. Il Mediterraneo soffre: cosa ci racconta la piccolissima isola di Antikythera
Antikythera è uno scoglio nell’Egeo: da quasi dieci anni ospita un polo di ricerca sul clima. Parla lo scienziato Vassilis Amiridis: monitoriamo lo stato di salute del pianeta
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Smog padano e incendi. Il Mediterraneo soffre: cosa ci racconta la piccolissima isola di Antikythera
di Iacopo Gori, inviato ad Antikythera (Grecia)Antikythera è uno scoglio nell’Egeo: da quasi dieci anni ospita un polo di ricerca sul clima. Parla lo scienziato Vassilis Amiridis: monitoriamo lo stato di salute del pianeta
L'isola di Antikythera
Nel mezzo del Mediterraneo, a sud del Peloponneso e a metà strada tra l’isola di Kythera e Creta, c’è un grande sasso quasi disabitato di 20 chilometri quadrati che si innalza dove s’incontrano tre mari: l’Egeo meridionale, lo Ionio e il mare di Creta. Una gemma rara da un punto di vista ambientale e naturalistico, senza inquinamento, incontaminata da attività umane, crocevia di masse d’aria (e di acqua) privilegiato per capire che cosa sta succedendo a quel Mare Nostrum intorno al quale s’è sviluppata la nostra civiltà ogni giorno più preoccupata dal riscaldamento climatico.
È abitata da oltre tremila capre, migliaia di uccelli che la utilizzano come luogo di ristoro durante le migrazioni dall’Africa all’Europa e 17 esseri umani d’inverno (50 d’estate). Antikythera — conosciuta in italiano come Anticitera o Cerigotto, il nome che ebbe durante la dominazione veneziana — ospita dal 2017 anche PanGeA (acronimo di Panhellenic Geophysical Observatory of Antikythera, Osservatorio geofisico panellenico di Antikythera), struttura scientifica finanziata dalla Banca europea per gli investimenti (Bei) e dal governo greco e sostenuta dal Consiglio europeo della ricerca (Cer) che monitora il cambiamento climatico, le emissioni di gas serra, la qualità dell’aria e i passaggi di polveri desertiche, fumi di incendi e ceneri vulcaniche.
La storia dello scoglio greco è piena di sorprese. Per esempio nel 1900 un gruppo di cercatori di spugne scoprì, all’interno di un relitto romano adagiato a 50 metri di profondità, insieme al bellissimo efebo di quasi due metri, un sofisticato congegno in bronzo utilizzato come planetario e calendario astronomico per calcolare i cicli celesti e i movimenti dei pianeti, il cosiddetto Meccanismo di Antikythera, «il più antico calcolatore meccanico o computer analogico della storia», datato tra il 150 e il 100 a. C. oggi esposto al museo archeologico di Atene
Lo scienziatoVassilis Amiridis (qui sopra), 55 anni, fisico e climatologo, è responsabile del comitato scientifico di PanGeA
Il progetto
PanGeA (Panhellenic Geophysical Observatory of Antikythera, Osservatorio geofisico panellenico di Antikythera, nel mar Egeo) è un centro di ricerca che monitora il cambiamento climatico sul Mediterraneo, le emissioni di gas serra, la qualità dell’aria e i passaggi di polveri desertiche, fumi di incendi e ceneri vulcaniche Climatologi
Vassilis Amiridis, 55 anni, fisico e climatologo, direttore di ricerca all’Osservatorio nazionale di Atene (Noa/Iaasars) è il responsabile del comitato scientifico di PanGeA.
Dice a «la Lettura»: «Antikythera è altamente rappresentativa delle condizioni del Mediterraneo grazie alla sua posizione geografica: l’isola si trova al crocevia di diverse masse d’aria. Ci sono quelle provenienti dal Sahara che trasportano polvere desertica, fenomeno che conoscete bene anche in Italia. Lo stesso vale per gli incendi boschivi. In Grecia c’è il vento meltemi: quando soffia, si generano forti correnti che, nella maggior parte dei casi, trasportano il fumo degli incendi verso Antikythera. Abbiamo inoltre riscontrato, in modo del tutto casuale, un forte legame con l’Etna: i venti occidentali trasportano le ceneri vulcaniche e i solfati emessi dal vulcano, come quelli di questi giorni, fino a noi, permettendoci di monitorarne l’attività. Infine, controlliamo anche l’attività delle grandi aree urbane della regione come Atene, Istanbul o la Pianura Padana, le cui emissioni vengono trasportate dalle correnti meteorologiche proprio sopra la zona di Antikythera. Monitoriamo quindi anche l’impatto antropico su larga scala, una scala che possiamo definire rappresentativa dell’intero Mediterraneo».
L’inquinamento che produciamo ad Atene o nella Pianura Padana arriva anche ad Antikythera. Ci siamo dimenticati (o facciamo finta) di non capire che siamo tutti molto più connessi e vicini?
«L’inquinamento atmosferico non conosce confini: le emissioni prodotte in aree densamente popolate o industrializzate possono percorrere migliaia di chilometri, raggiungendo luoghi remoti come Antikythera. I problemi ambientali sono una sfida comune: il cambiamento richiede responsabilità individuale e azioni coordinate da parte di città, regioni e governi a ogni livello e scala».
Come sta il Mediterraneo?
«Il Mediterraneo è un sistema complesso e fragile: va trattato con cura. Sappiamo che si sta riscaldando a una velocità da due a tre volte superiore alla media globale. È considerato uno dei principali hotspot mondiali del cambiamento climatico».
Che cosa avete scoperto con PanGeA dopo quasi dieci anni di lavoro?
«Ultimamente abbiamo concentrato le indagini sulla polvere del deserto, come parte della ricerca condotta nell’ambito di Actris (Infrastruttura di ricerca su aerosol, nubi e gas in tracce) ed Epos (Sistema di osservazione della placca europea per il monitoraggio delle variabili geofisiche). Parlando di qualità dell’aria nel Mediterraneo, tutti ci poniamo questa domanda: la quantità di polvere desertica trasportata verso le nostre aree è aumentata o diminuita? È un aspetto rilevante per la qualità dell’aria, ovviamente, e per le ripercussioni sulla salute. Si tratta di un fenomeno che richiede un monitoraggio a lungo termine per poter essere valutato correttamente; ed è proprio ciò di cui ci occupiamo a PanGeA. Un altro esempio riguarda l’impatto del fumo degli incendi sulla dinamica atmosferica e sul clima regionale e marino. Pensiamo alle numerose colonne di fumo emesse dagli incendi boschivi nel Mediterraneo, o al recente evento di pirocumulonembo in Francia (temporali generati direttamente dal calore e dal fumo di incendi boschivi estremi, ndr) e a come gli aerosol (piccolissime particelle) influenzino i processi atmosferici e gli eventi meteorologici estremi nella nostra regione».
L'osservatorioCome lavorate a PanGeA?
«Siamo un team di quasi 50 persone che lavora all’osservatorio, non solo per mantenere e far funzionare la stazione ma anche per sfruttare questi dataset al fine di migliorare i modelli di previsione. Un’attività cruciale per esempio riguarda la calibrazione e la validazione dei satelliti. Sono strumenti fondamentali che garantiscono una copertura globale, ma non forniscono direttamente parametri fisici o geofisici come temperatura, pressione o vento. Misurano invece la radiazione solare riflessa o la radiazione retrodiffusa dalla propria sorgente laser (il backscatter, ovvero il fenomeno per cui un’onda elettromagnetica, un’onda acustica o un fascio di particelle viene riflesso o diffuso all’indietro, tornando alla sorgente, ndr). Un raggio laser viene emesso dallo spazio, come nel caso della missione di punta EarthCare dell’Agenzia spaziale europea (EarthCare è l’acronimo di Earth Cloud, Aerosol and Radiation Explorer, un satellite scientifico avanzato progettato per studiare le nuvole, gli aerosol e il loro impatto sul clima terrestre, ndr): emettendo questi impulsi laser dallo spazio, si ottengono profili degli aerosol atmosferici e delle nubi. Si tratta di un approccio unico e innovativo che stiamo conducendo in Europa. È prevista anche una prossima missione italiana basata su una tecnologia simile, promossa dall’Agenzia spaziale italiana: si chiama Luce. Una missione importante in collaborazione con la Nasa. Il nostro obiettivo è valutare meglio il bilancio energetico planetario, ossia l’equilibrio tra l’energia solare che il pianeta assorbe e il calore che rilascia nello spazio (e che regola anche il clima). Tuttavia, per ricavare parametri geofisici da queste misurazioni, dobbiamo fare riferimento a strumenti di terra ben calibrati, come quelli presenti a PanGeA o in alcune località italiane: Lampedusa e Potenza. Collaboriamo con i ricercatori di queste strutture; abbiamo ottimi partner in Italia per questo tipo di attività».
State costruendo una nuova stazione scientifica ad Antikythera: avete intenzione di potenziarla con nuovi esperimenti nel prossimo futuro?
«Esattamente. Al momento disponiamo di un solo lidar (una tecnologia di telerilevamento attivo che misura i profili di aerosol e nubi inviando impulsi laser e registrando i segnali di ritorno, ndr). Ci sono diversi nuovi strumenti di misurazione; in totale una cinquantina. Complessivamente verranno trasferiti nelle nuove strutture. Quindi installeremo ulteriore strumentazione. Aggiungeremo radar, fotometri e strumenti per la misurazione dell’anidride carbonica. Li abbiamo già acquisiti; si trovano ad Atene. Il nostro obiettivo è completare i lavori entro il 2027».
Dalle acque dell’isola di Antikythera sono riemersi due tra i manufatti più leggendari della cultura greca: il bellissimo efebo di quasi due metri (qui accanto) e un sofisticato congegno in bronzo utilizzato come planetario e calendario astronomico per calcolare i cicli celesti e i movimenti dei pianeti, il «Meccanismo di Antikythera», ritenuto «il più antico calcolatore meccanico o computer analogico della storia». Una piccola isola specialeAntikythera si è dimostrato anche un centro di eccellenza mondiale della ricerca...
«È il cosiddetto “accesso transnazionale”: ricercatori da tutta Europa, in realtà da tutto il mondo, fanno domanda per svolgere i progetti di ricerca in strutture europee come PanGeA. Noi forniamo supporto logistico, come l’alloggio. Esistono molte stazioni in Europa: si può andare nell’Artico, oppure in montagna. A seconda dell’obiettivo della ricerca, ci si rivolge a una specifica infrastruttura europea. L’Europa copre circa la metà delle spese di alloggio e dei costi sostenuti, mentre per le attività aggiuntive bisogna trovare dei partner. Ad esempio, un ricercatore può portare la propria strumentazione ad Antikythera per confrontarla con i nostri strumenti ed effettuare misurazioni supplementari. Abbiamo ospitato un ricercatore che voleva misurare l’elettricità atmosferica in concomitanza con le nostre rilevazioni. È venuto, ha soggiornato sul posto, ha effettuato le misurazioni e poi ha analizzato i dati per rispondere alle sue domande».
Da questa minuscola e quasi sconosciuta isola greca si cerca di comprendere meglio il cambiamento climatico. Tutti, in Europa e nel mondo, siamo un po’ stressati e preoccupati per quello che sta succedendo. Quindi, Antikythera potrebbe offrirci un aiuto per comprendere meglio ciò che accade?
«Sì. Era un’area poco monitorata, ma ora stiamo effettuando rilevazioni e disponiamo di tutte le sinergie necessarie per mettere a disposizione queste informazioni. In più è prevista un’importante attività da realizzare nell’agosto-settembre 2027. L’iniziativa si svolgerà per un periodo di sei settimane e nasce da una collaborazione greco-italiana che coinvolge anche la Nasa e l’Esa: si tratta di una campagna su larga scala dedicata alla calibrazione e alla validazione satellitare, nonché ad attività di ricerca scientifica. Cioè, nello specifico, di ricerca in ambito climatico. La Nasa impiegherà i propri velivoli, dotati di strumentazione innovativa, per effettuare misurazioni dall’alto, integrando i dati con quelli raccolti dalla strumentazione presente ad Antikythera e presso altre stazioni italiane, come quelle di Potenza e Lampedusa appunto. Ci occupiamo principalmente di telerilevamento perché, per descrivere ciò che accade nell’atmosfera e nel nostro clima, abbiamo bisogno di queste tecnologie di misurazione. Non possiamo limitarci a misurazioni di temperatura e vento al suolo, dobbiamo salire nell’atmosfera. E per farlo ci serve il telerilevamento: satelliti, lidar, radar. Noi applichiamo queste nuove tecnologie per ricostruire l’intero ciclo atmosferico fino a dodici chilometri di quota, ovvero nell’intera troposfera. È prevista inoltre la collaborazione di Gaia Blue, la nave da ricerca oceanografica gestita dal Consiglio nazionale delle ricerche italiano per un’espansione degli studi anche nei mari. Tutte queste risorse verranno coordinate per fornire dati utili alla calibrazione e alla validazione della missione EarthCare. Questo è il primo obiettivo. Il secondo riguarda il supporto a Grecia e Italia e alle rispettive agenzie spaziali nazionali. Entrambi i Paesi dispongono già di microsatelliti in orbita e hanno in programma il lancio di nuovi satelliti. L’idea è che la Nasa fornisca dati di alta qualità da armonizzare con quelli raccolti dalle nostre stazioni ad Antikythera e in Italia».
In sostanza, vi interessa di più raccogliere dati dall’atmosfera che al suolo.
«Esatto. E poi capire come utilizzare questi dati in sinergia con i modelli, con i satelliti e con l’intelligenza artificiale. Cerchiamo quindi di individuare dei pattern all’interno di questi dati tramite l’IA, per capire cosa sta realmente accadendo nel Mediterraneo in termini di processi. È una situazione molto complessa».
Il radar di Antikythera L'isola che attira gli scienziatiL’isola che attira gli scienziati — come scrisse la Bbc quando si occupò insieme con il «Corriere della Sera» del problema dello spopolamento ad Antikythera — potrebbe anche diventare un volano per un tipo diverso di turismo meno invasivo e dannoso?
«Certo. Il turismo scientifico potrebbe essere un’ottima idea. La gente è interessata a preservare questo luogo, e noi vogliamo costruire una struttura anche per questo scopo: per accogliere le persone, offrendo servizi essenziali, anche minimi; giusto un posto dove stare, una stanza, qualcosa da mangiare. Perché l’isola ha pochissime strutture ricettive. C’è chi ha pensato di costruirci una prigione, di sfruttare l’isola in quel modo. E noi abbiamo detto: “Ma quest’isola è perfetta per un osservatorio climatico”. L’idea è piaciuta molto, ed è anche per questo che la Banca europea per gli investimenti ha contribuito al piano PanGeA».
Antikythera rappresenta un valore. È un valore per tutti ma soprattutto per gli scienziati. Questa potrebbe rivelarsi una chiave importante per il futuro dell’isola stessa.
«Naturalmente ci sono tutte le difficoltà delle isole remote. D’estate va bene; in inverno può capitare di non avere un’imbarcazione per arrivarci. Raggiungere l’isola è complicato. Stiamo cercando una soluzione coinvolgendo la popolazione locale. E poi c’è tutta la manutenzione della strumentazione e le operazioni; anche qui: stiamo cercando di ottenere collegamenti elettrici e internet più stabili».
A volte proprio le carenze e le difficoltà possono diventare il punto di forza. Bisogna trovare solo persone «folli» e scienziati visionari in giro per l’Europa che vogliono andare a studiare il clima su un’isola deserta...
«Noi restiamo ottimisti sotto questo aspetto e puntiamo a ottenere i risultati migliori. È esattamente la mentalità giusta. Vogliamo costruire questa foresteria. Abbiamo problemi con l’edilizia su quest’isola, non è così semplice. Ma siamo tutti ottimisti sul fatto che il problema degli alloggi verrà risolto presto e noi inizieremo le attività nel 2027. Se qualcuno vorrà venire come scienziato o ricercatore o studente, potremo invitarlo e ospitarlo. Potrà restare qui due o tre giorni, per studiare e raccogliere informazioni ambientali. E questo servirà a coinvolgere e motivare le persone. Quindi sarà un’iniziativa comunitaria».
Potrebbe innescarsi un circolo virtuoso: giovani scienziati da tutto il mondo ad Antikythera per raccogliere dati e studiare. E questo potrebbe diventare un motore di sviluppo per l’isola.
«Proprio così. Ma ci serve la struttura; la struttura per l’ospitalità è l’unico problema rimasto».
Non solo scienziati del clima ma anche botanici, naturalisti, oceanografici... Ad Antikythera per magia ci sono tutti questi ingredienti insieme. Qui è presente anche l’unica stazione ornitologica permanente della Grecia che studia le rotte migratorie degli uccelli...
«Stiamo cercando di aiutarli con le nostre misurazioni. Per esempio, usiamo i nostri lidar e il radar per individuare gli uccelli. Per monitorare la densità della popolazione aviaria e i suoi spostamenti. Poi c’è il mare. La ricerca oceanografica, che è fantastica. La biologia. E poi ci sono le vestigia dell’antica Grecia. Il relitto. Tutto insieme. Ma anche le rovine antiche sono incredibili. Noi consideriamo Antikythera come l’isola delle scienze».
Ma perché continuate a chiamarla Antikythera, ovvero «l’isola davanti a Kythera» e non a chiamarla con il suo nome antico?
«Perché ha un nome antico? Non lo sapevo».
Pare che si chiamasse Aigilia.
«Questo è fantastico. C’è la radice aix, che in greco antico significa capra. Naturalmente».
Questo pezzo è uscito su La Lettura di domenica 30 agosto 2026
12 settembre 2026
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