Bologna, il concerto di Cavestri e Baccini: «Con il blues e il jazz non puoi fare finta. O ci sei o non ci sei, mica c'è l'Autotune»
Sabato 12 settembre i due musicisti sul palco di piazza Maggiore. Da «Sotto questo sole» a «Le donne di Modena», la scaletta del concerto
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Bologna, il concerto di Cavestri e Baccini: «Con il blues e il jazz non puoi fare finta. O ci sei o non ci sei, mica c'è l'Autotune»
di Vittoria MelchioniSabato 12 settembre i due musicisti sul palco di piazza Maggiore. Da «Sotto questo sole» a «Le donne di Modena», la scaletta del concerto
Due Francesco, due generazioni e due percorsi musicali differenti, uniti dal pianoforte e da una comune passione per il jazz. Francesco Cavestri e Francesco Baccini saranno insieme sabato 12 settembre, alle 21.30, sul palco di Piazza Maggiore per Bologna, la Strada del Jazz. Il giovane pianista e compositore bolognese e il cantautore genovese rileggeranno in chiave jazz alcuni dei brani più celebri di Baccini, da Sotto questo sole a Le donne di Modena, in un concerto che promette contaminazioni, improvvisazione e soprattutto divertimento. «Con il blues e con il jazz non puoi far finta — dice Baccini — o ci sei o non ci sei. Non c’è l’Autotune».
Sabato sarete insieme sul palco di Piazza Maggiore. Come vi siete conosciuti e com’è nata l’idea di questo concerto?
Francesco Cavestri: «Veniamo da percorsi diversi, ma abbiamo una sensibilità musicale con molti punti in comune. Io ho una formazione prettamente jazzistica, mi sono laureato in pianoforte jazz al Conservatorio, mentre Francesco ha una componente cantautorale fortemente intrecciata con il jazz e il blues. L’incontro avviene quindi su un territorio comune, che poi si ramifica in due direzioni diverse: da una parte il mio jazz contemporaneo, dall’altra il suo cantautorato. Io, del resto, ho già collaborato con artisti come Willie Peyote e Malika Ayane, provenienti dal mondo della canzone ma sensibili al jazz; Francesco ha lavorato con jazzisti come Mauro Ottolini. Incontrarci, alla fine, è stato naturale».
Francesco Baccini: «E abbiamo pure lo stesso nome! Io parto dalla musica classica, che ho studiato da bambino, ma poi ho cominciato ad ascoltare di tutto: blues, jazz, rock. Nei miei dischi mi sono sempre divertito a saltare da un genere all’altro. La mia caratteristica è proprio non avere un genere musicale di riferimento. Le donne di Modena, per esempio, cambia tre volte all’interno della stessa canzone».
Da modenese dovrei saperlo. E con il jazz il rapporto è antico.
FB: «Nel 1991 ho fatto il Festival di Montreux, e non sono tanti gli italiani che possono dirlo. Ma soprattutto credo di avere lo swing, che non significa necessariamente suonare swing. Significa trovarsi musicalmente. È lì che si vede la differenza: con il blues e con il jazz non puoi far finta. O ci sei o non ci sei. Non c’è l’Autotune».
Quindi sabato vi divertirete.
FB: «Ma il divertimento è fondamentale, altrimenti sarebbe un incubo. Io nella vita mi sono vietato di lavorare. Me lo sono autocertificato dopo quattro anni da impiegato: volevo vivere di musica, ho mollato il lavoro e mi sono lanciato senza rete. Sono andato a Milano, ho anche dormito in macchina cercando di riuscire a vivere della mia musica, e alla fine ce l’ho fatta. Quando mi chiedono dove vado in vacanza rispondo: quale vacanza? La mia vita è una vacanza. Se vivi della tua passione sei un privilegiato.
FC: Su questo sono perfettamente d’accordo».
Avete un’altra cosa fondamentale in comune: il pianoforte. Che cos’è per voi?
FB: «Il pianoforte non è il mio forte, (ride, ricordando il titolo di un suo celebre album, ndr). Anche perché manualmente non so fare nient’altro, non so usare nemmeno un cacciavite! Ho cominciato a nove anni con un organetto Bontempi, un giocattolo. Passavo le giornate a suonarlo a orecchio. In casa mia non c’erano musicisti: mio padre faceva lo scaricatore di porto, mia madre la casalinga. Un giorno venne a trovarci mio zio e disse: “Perché non fate studiare questo bambino?”. Mio padre fece sacrifici incredibili per pagarmi le lezioni. Erano gli anni Sessanta e, in un quartiere popolare, studiare pianoforte era quasi una cosa da ricchi».
Poi arrivò un pianoforte vero.
FB: «A un certo punto l’insegnante disse a mio padre che dovevo averne uno in casa. Lui lo comprò a rate, con le cambiali. Ricordo ancora quando lo consegnarono: si bloccò praticamente il quartiere. Tutti i bambini vennero in processione a casa nostra per vedere quel pianoforte, perché non ne avevano mai visto uno, e mi chiedevano se potevano schiacciare un tasto. Oggi sembra una scena da film. Dovrò ringraziare mio padre per sempre per aver creduto in me. È morto giovanissimo e non ha visto quello che è successo dopo. O forse, spero, da qualche parte lo ha visto».
FC: «Per me il pianoforte è il compagno di una vita. Non ho praticamente memoria di un “prima”, perché ho cominciato a quattro anni. Poi sono arrivate le medie musicali, il Conservatorio, gli studi alla Berklee e alla New School di New York. Oggi sono Steinway Artist e per me è un riconoscimento enorme: credo che ogni pianista, fin da bambino, sogni di mettere le mani su uno Steinway. Anche tutte le mie composizioni nascono dal pianoforte. Ed è bello condividere il palco con un cantautore che ha un rapporto altrettanto forte con lo strumento».
Che cosa succederà sabato sera in Piazza Maggiore?
FC: «Apriremo con il mio gruppo, suonando alcuni brani di Noè, il mio ultimo album. Il titolo richiama naturalmente l’Arca: un luogo che accoglie mondi e generi musicali differenti. Le dieci tracce attraversano cinque generi, sempre intorno al jazz ma con influenze elettroniche, hip hop e orchestrali; l’ultima traccia, per esempio, è stata realizzata con l’Orchestra Sinfonica di Budapest. Poi Francesco salirà sul palco con noi e reinterpreteremo in chiave jazz alcune delle sue canzoni più belle».
FB: «Io mi diverto con la musica. Per me esiste una sola vera discriminante: musica bella e musica brutta. I generi sono qualcosa con cui giocare. Due anni fa, per esempio, ho realizzato un album e un tour con un quartetto d’archi, rileggendo alcune mie canzoni in una formazione da camera. Con Francesco faremo lo stesso: giocheremo, improvviseremo e rileggeremo le canzoni in chiave jazz. Non vedo l’ora».
Qualche titolo possiamo anticiparlo?
FC: «Sotto questo sole, Le donne di Modena, Ho voglia di innamorarmi…»
FB: «E poi ci sarà un omaggio alla scuola genovese, di cui faccio parte».
Piazza Maggiore, però, non è un palco qualsiasi.
FC: «Assolutamente. Per me è anche un ritorno: avevo già suonato per La Strada del Jazz in Piazza Maggiore nel 2023, nel pomeriggio. In quell’occasione mi premiò Gilberto Mora, uno degli organizzatori della manifestazione, scomparso da poco. Lo ricorderemo anche sabato: era una persona straordinaria, con una grande passione per la musica e una particolare sensibilità verso i giovani. Quest’anno torno con un ruolo centrale nel festival: sabato alle 21.30 con Francesco e domenica con Stefano Di Battista. Essere in Piazza Maggiore, nel cuore di Bologna, per me è un grande onore».
E siete addirittura in prima serata. Contro De Martino e i pacchi.
FB: «Andiamo in prima serata!»
Baccini, visto che siamo finiti sulla televisione: che rapporto ha con i talent?
FB: «Lo stesso che ho con la televisione: zero. Quella per me è un’altra cosa, è karaoke. La televisione deve fare audience e la musica, purtroppo, non fa audience. Su milioni di programmi quasi non esistono vere trasmissioni musicali. C’è Sanremo, ma lì la canzone è parte di uno spettacolo molto più grande».
È una crisi della televisione o della musica italiana?
FB: «Secondo me in Italia stiamo attraversando una grande crisi di cultura musicale, e non solo. Basta ascoltare la musica che gira. Nella mia adolescenza, e ancora fino a qualche anno fa, in classifica trovavi Lucio Dalla o Pino Daniele. Oggi a volte ascolto quello che passa e penso: “What is this? I don’t understand».
FC: «Mancano anche quelle radici jazzistiche che avevano artisti come Lucio Dalla. Proveremo a riportarne un po’ in Piazza Maggiore. E non potevamo scegliere città migliore: Bologna è Città Creativa UNESCO della Musica e ha una storia profondamente legata al jazz».
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12 settembre 2026
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