Il male lo cerchiamo sempre fuori. Mai dentro le nostre famiglie
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Il male lo cerchiamo sempre fuori. Mai dentro le nostre famiglie

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Il male lo cerchiamo sempre fuori. Mai dentro le nostre famiglie

di Diego De Silva

Rubo un brandello di conversazione di due passanti come me in attesa del verde che non scatta da un tempo mostruosamente dilatato (la dilatazione del tempo semaforico è un mistero insondabile perché ha a che fare con l’interazione del semaforo con la psiche: l’impressione che si avverte in quei minuti infiniti in cui vieni assalito dai pensieri peggiori è che quello stramaledetto palo a colori alterni si diverta a sequestrarti sul posto, e a tratti addirittura ghigni) a proposito degli ultimi episodi di violenza di piazza Vanvitelli (un sedicenne accoltellato alla schiena dopo una lite con un gruppo di coetanei).
Premessa l’allibizione e lo scandalo per l’accaduto (che precede sempre il resoconto dei fatti), uno dei due impalati al semaforo (entrambi sulla sessantina abbondante) commenta: «Il problema è che quando li prendono, il giorno dopo escono. Perché invece non li rimandiamo a casa loro?». Al che ho pensato: sai che ridere se casa loro fosse a via Scarlatti o via Cilea o via dei Mille o piazza dei Martiri? Ora: è chiaro che questo signore dall’aspetto bonario e ragionevole non avesse la più pallida idea di quale fosse la nazionalità dell’accoltellatore del ragazzo, tantomeno di quello accoltellato e della composizione dei gruppi coinvolti nella lite poi sfociata nell’accoltellamento. Eppure aveva già dato una lettura definitiva di un fatto a lui ignoto se non attraverso una notizia sommaria, che peraltro non forniva alcuna indicazione di nazionalità dei protagonisti della brutta vicenda.
Il pregiudizio ha questo di caratteristico e paradossale insieme: si fonda su certezze infondate. Gioca sulla reazione istintiva, l’arretramento davanti a un pericolo eventuale percepito come incombente, e converte la paura in convinzione. Poi completa l’opera con l’evocazione del capro espiatorio di moda. Come se poi, parlando di microcriminalità (ma di esempi potrebbero farsene a pacchi), i ragazzi italiani fossero immuni dal germe della violenza. Come se non uscissero anche loro di casa col coltello in tasca. Come se non fossero capaci di sparare a un coetaneo perché gli ha macchiato una scarpa. E no: il colpevole è l’altro da noi, il male è fuori, mai dentro.
Davanti a una lettura dei fatti così meschina e ridotta, la soluzione appare immediata: fuori lo straniero da casa nostra. Alè. Fine del problema. Il che è ovviamente una stupidaggine da limitati, incapaci di guardare oltre la punta del proprio naso. Il problema è che il tempo che stiamo attraversando propone continue soluzioni semplificate a problemi complicatissimi, risposte assolute, alternative facili e immediatamente praticabili, come se poi (è questa la panzana che tanti si bevono come Spritz) la soluzione fosse stata sempre lì a portata di mano, e a nessuno fosse venuto in mente, o avesse avuto il fegato, di praticarla. Ma la realtà non è schematica e non è semplice. E quando vai a toccarla, per di più con la pretesa di rivoltarla come un calzino, fa resistenza. E t’insegna a campare.
A sabato prossimo.

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12 settembre 2026

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