Firenze, nella basilica di Santa Croce, Giotto non ha più segreti
Le 5 mila lacune, i materiali perduti come lapislazzuli e oro, l’invenzione spaziale delle storie di San Francesco: le novità dopo il restauro della Cappella Bardi a cura dell’Opificio
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Firenze, nella basilica di Santa Croce, Giotto non ha più segreti
di Chiara DinoLe 5 mila lacune, i materiali perduti come lapislazzuli e oro, l’invenzione spaziale delle storie di San Francesco: le novità dopo il restauro della Cappella Bardi a cura dell’Opificio
Sono due le prove della maestria di Giotto che riemergono dal quadriennale restauro della Cappella Bardi in Santa Croce: la sua innovativa perizia nel disegnare spazi e architetture, suggerendo prospettive che sarebbero state perfezionate in seguito, e la potenza narrativa delle sei storie di San Francesco come si evince dai giochi di sguardi. Lo suggerisce la soprintendente della Pietre Dure, Emanuela Daffra, nel presentare un lavoro che ha coinvolto 13 restauratori, guidati dalla dottoressa Maria Rosa Laffranchi, e 10 istituti di ricerca e che, costato 1 milione di euro, è stato finanziato dal Ministero della Cultura e dalla Fondazione Cr Firenze e da associazioni e mecenati privati tra cui Dominique e Veronica Marzotto.
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Su 180 metri quadri di superficie sono state trovate 5.000 lacune. Le integrazioni, hanno riguardato le cornici che racchiudono storie e volti di santi, le lunette col loro colore bordeaux, e alcune parti dei personaggi, proprio quelle che vanno a riproporre la loro interazione attraverso postura e caratterizzazione degli occhi. Questi ritocchi sono stati realizzati con colori di un tono più chiaro e «sono stati realizzati — spiega la dottoressa Laffranchi — dopo un lavoro di pulitura e stuccatura e dopo aver sottoposto gli affreschi a una mappatura a fluorescenza a raggi X, in sostanza una ricostruzione dei materiali usati da Giotto che consente di capire quali disegni e colori nei secoli sono andati perduti».
Che la cappella voluta dai banchieri Bardi avesse subito nei secoli danni notevolissimi, è cosa nota. Riassumiamo in breve i momenti più critici: probabilmente nel primo ‘700 le pitture vennero coperte da calce. Circa un secolo dopo, nella parte bassa di queste pareti che a quel tempo vanno immaginate imbiancate, vennero fatte delle aperture per permettere di inserire a muro le tombe dei due architetti granducali Giuseppe Salvetti e Niccolò Gaspero Maria Paoletti.
L’intervento successivo, nel 1851, vide Gaetano Bianchi riscoprire i colori sottostanti, togliere l’imbiancature causando purtroppo numerose abrasioni, e ricostruire le parti mancanti con del colore che poi sarebbe stato rimosso quando, nel 1958, Leonetto Tintori avrebbe fatto l’ultimo restauro prima di quello appena concluso. In questi quasi settanta anni l’alluvione, lo smog, la presenza sempre più massiccia dei turisti ha creato nuovi danni e reso necessario il grande lavoro attuale.
Pezzi di intonaco erano rialzati e, se si guardano le immagini antecedenti il lavoro dell’Opificio, le bolle conseguenti sono evidenti. Così come evidenti sono stati, per quanti hanno lavorato in équipe, le parti che realizzate a secco e i materiali perduti. Rame e arsenico per esempio. A ogni materiale corrispondeva un colore. Così spiega Daffra: «Oggi possiamo dire che i cieli della scene, che adesso appaiono maculati erano il frutto di una stesura di lapislazzuli che li rendeva di un blu profondo. Che le aureole del santo contenevano oro, che alcuni abiti dei personaggi presenti nella parte in cui San Francesco rinuncia alle vesti davanti al vescovo Guido e al padre Bernardone erano anch’essi blu lapislazzulo a significare la loro importanza. Sulle attribuzioni delle sei scene — oltre alla Rinuncia dei beni, l’Apparizione di san Francesco a sant’Antonio nel Capitolo di Arles, le Esequie di san Francesco con l’incredulo Girolamo che cerca le stigmate, l’Approvazione della Regola, la Prova del fuoco davanti al Sultano e le Visioni di frate Agostino e del vescovo Guido di Assisi — studieranno gli storici dell’arte a partire dalle analisi condotte».
Ma sul fatto che l’impianto sia di Giotto, così come i disegni preparatori e alcuni dettagli — come gli angeli che portano in cielo l’animula di Francesco e Francesco che compare al capitolo di Arles — secondo la soprintendente Daffra non ci sono dubbi. Il testimone comunque adesso passa agli studiosi mentre in basilica si prospetta un nuovo capitolo di lavori come ci anticipa la presidente dell’Opera di Santa Croce, Irene Sanesi: «Dopo questo intervento per noi importantissimo, arriverà una nuova organizzazione del percorso di visita che renderà più fruibile e comprensibile il nostro patrimonio, poi si procederà con il restauro della Cappella Peruzzi».
Alla destra di quella dei Bardi anche quella è decorata da Giotto che vi raffigurò Scene della vita di san Giovanni Evangelista e di san Giovanni Battista. Sottoposta a indagini diagnostiche nel 2009 e a fine anni ‘80, restaurata l’ultima volta a fine anni Cinquanta da Leonetto Tintori, anche questa avrà bisogno di molte cure.
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