L'errore di svilire chi vota
La «trappola dei deplorevoli»: chi ha a cuore la democrazia deve guardarsi dal trasferire lo stigma dall’eletto all’elettore
L'errore di svilire chi vota
Goffredo Buccini | 11 settembre 2026La «trappola dei deplorevoli»: chi ha a cuore la democrazia deve guardarsi dal trasferire lo stigma dall’eletto all’elettore
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Diciamola tutta. È quasi impossibile non provare ripulsa per certe frasi di Bjorn Höcke sul Memoriale dell’Olocausto di Berlino («monumento della vergogna») e per i suoi slogan mutuati dalle SA hitleriane («Alles fur Deutschland»). O per il Manifesto di Magdeburgo e il suo estensore, Hans-Thomas Tillschneider, impegnato in una «guerra culturale» contro le liberaldemocrazie ma anche in una caccia al diverso, all’islamico, al disabile, a chiunque esca dal cupo canone dell’identità tedesca, magari perché poco propenso a figliare, magari perché incline al Bauhaus e in generale all’arte “degenerata” soppressa dal vecchio Goebbels negli anni Trenta del secolo scorso.
Insomma, che si guardi al leader di AfD in Turingia o al suo ideologo fresco di trionfo elettorale in Sassonia-Anhalt o, in generale, alle posizioni di un partito che nei sondaggi su base nazionale rappresenta ormai tre tedeschi su dieci (ma è considerato un nemico dei valori fondanti della Repubblica dall’Ufficio federale per la protezione della Costituzione) le ragioni di avversione sono numerose. Quasi una legittima difesa verso chi tenta di scaraventarci indietro di cent’anni, agli albori di una stagione di sangue e ferro. Persino l’idea, in verità complicata politicamente, di uno scioglimento ope legis di Alternative fur Deutschland, avrebbe motivi fondati nel diritto e nella prassi (è una misura applicata nel 1956 al partito comunista). Gli impresari della paura — e non v’è dubbio che Alice Weidel, Tino Chrupalla e i vari capetti regionali di AfD lo siano — vanno contrastati con coraggio: ciò che è finora mancato all’esangue cancelliere Merz e alla sua Cdu.
Ma anche con buonsenso: per dire, ricorrendo al Brandmauer, il «muro tagliafuoco» antinazisti, si decise nel 2019 di escludere Höcke dalle apparizioni sulle tv pubbliche; lo scorso aprile il leader estremista è stato intervistato da un canale YouTube minore: in un mese il video ha raccolto oltre sei milioni di visualizzazioni. Se una diga si rompe, ripararla con un dito è illusorio.
E proprio chi ha a cuore le nostre democrazie deve guardarsi da un errore di prospettiva: trasferire lo stigma dall’eletto all’elettore, dal candidato alla sua gente. In un’immagine, evitando la «trappola dei deplorevoli». Ricordate? Nel 2016 Hillary Clinton si stava giocando la Casa Bianca contro un Donald Trump secondo molti ancora inverosimile (impresentabile lo è rimasto, ma la cosa non ne ha frenato i successi). Man mano che si delineava la connection russa del tycoon, prese a chiamarlo «puppet», fantoccio di Putin: e poteva starci. Ma a due mesi dal voto commise un errore esiziale. A una raccolta di fondi a New York proclamò, con quella sua vocina sprezzante, che la metà dei sostenitori di Trump poteva stare in un «basket of deplorables», un cesto di miserabili, essendo «sessisti, razzisti, omofobi, xenofobi e islamofobi». Forse era vero. Ma, ancora oggi, a rivedere quel filmato viene voglia di correre a votare per The Donald.
Il caso americano dovrebbe avere fatto scuola. Ma la «trappola dei deplorevoli» è sempre aperta. Come ha osservato Antonio Polito su queste colonne, catalogare i sostenitori di chi è ostile alla democrazia parlamentare quali ignoranti e miserabili è una tentazione eterna (e rischiosa) per le élite che negli ultimi ottant’anni hanno tenuto il timone. «Sarebbe meglio che i vecchi partiti ci sciogliessero e si eleggessero un altro popolo», scrivono nel Manifesto di Magdeburgo i capi di AfD parafrasando con un’arguta provocazione «La Soluzione» di Bertolt Brecht.
L’effetto della vittoria di AfD supera ovviamente i confini della Germania e parla a tutti noi, osserva il New York Times: il 2027 sarà anno elettorale in nazioni chiave del Vecchio Continente e l’estrema destra appare in ottima forma ovunque. «L’Europa sviluppata sta andando verso un sofisticato fallimento», ha spiegato Mujtaba Rahman, una delle voci più autorevoli nel campo del rischio politico applicato all’Unione europea: «I governi sono incapaci di occuparsi del costo della vita, non riescono a onorare gli impegni con gli elettori». Prezzi alle stelle e disoccupazione sono motivi ben più concreti e comprensibili della paura dei migranti tra le motivazioni di voto alle estreme. Ma per trovare lo stigma dei «deplorevoli» non occorre arrivare ai toni surriscaldati dell’opinionista progressista Christian Bangel il quale, richiamandosi a uno studio sociologico del 2025 sulla Sassonia-Anhalt, ha sostenuto che una parte consistente dell’elettorato AfD interpreta la democrazia come «diritto di dominare gli altri».
Benché più caute, le analisi sul voto di queste ore contengono tutte un retrogusto di marginalità: poco istruiti e poveri, spaventati dalla deindustrializzazione, rifluiti in una dimensione rurale e colonizzati dai «cugini» dell’Ovest, gli elettori dell’ex Germania dell’Est forse non ci appaiono proprio come degli stupidi ma quantomeno come dei sempliciotti, facili da ingannare dal flauto dei pifferai di AfD.
È un ritratto ambiguo, perché dipende da come lo si legge. È vero che da almeno dieci anni, da quando è iniziata l’ascesa dei populisti a causa della grande crisi della globalizzazione, gli analisti di tutto il mondo spiegano come il voto delle periferie, delle campagne e dei ceti meno colti privilegi le destre (il presidente dem Stefano Bonaccini lo ha ricordato, attirandosi gli strali di Giorgia Meloni in una polemica mai sopita del tutto).
Ma è un po’ dura pensare che in Sassonia-Anhalt ci siano 576.037 sprovveduti (tanti sono i voti raccolti dai discepoli di Tillschneider). E soprattutto un’analisi politica dovrebbe essere cosa diversa da un sondaggio: ponendosi piuttosto l’obiettivo di ricomporre i cocci del patto sociale e di ricucire ciò che Gramsci chiamava «connessione sentimentale» con il popolo-nazione. Di cui i «deplorevoli» fanno parte, da sempre e a pieno titolo.
11 settembre 2026
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