Martone, quei fantasmi non sono uno «Scherzetto»
Presentato a Venezia il film tratto dal romanzo di Domenico Starnone
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Martone, quei fantasmi non sono uno «Scherzetto»
di Antonio FiorePresentato a Venezia il film tratto dal romanzo di Domenico Starnone
Anche se a un certo punto nonno e nipotino si fanno una passeggiata en plein air nei dintorni della Stazione, Scherzetto di Mario Martone si può a buon diritto ascrivere al Kammerspielfilm in versione contemporanea, un genere che nelle varie declinazioni (thriller, commedia, dramma psicologico...) ci ha dato nel tempo alcuni capolavori (Nodo alla gola e La finestra sul cortile di Hitchcock, Una giornata particolare di Scola, L’assedio di Bertolucci, Carnage di Polanski) tutti girati in un solo appartamento (benché nel caso del film di Scola gli appartamenti fossero due, ma nello stesso edificio; d’altra parte il titolo di Martone è ambientato sì in un’unica casa, però in parte ricostruita nell’ex teatro Nato di Bagnoli): film rispettosi delle tre unità aristoteliche, comunque virtuosistici, quindi ad alto tasso tecnico che la nuova opera del regista partenopeo conferma in pieno.
Scherzetto, appunto: dal romanzo di Domenico Starnone, maestro tessitore nell’ingarbugliare e sciogliere grovigli familiari quasi come se fossero nodi (non sempre) d’amore. E che qui sceglie invece un tono all’inizio svelto, giocoso e ironico come è appunto lo «scherzetto» in ambito musicale. Però poi Starnone, come lo scorpione della favola che uccide la rana perché non può fare altrimenti, segue la sua natura di entomologo dei sentimenti. E Martone con lui, aggiungendo però alla storia la sua misura di empatia e partecipazione: nella vicenda «banale» di un artista e illustratore ultrasettantenne e di successo che torna dopo anni da Milano (dove vive da solo, vedovo da tempo) a Napoli per accudire il nipotino, Martone riesce a evocare il senso di smarrimento che ad esempio provava il suo protagonista Pierfrancesco Favino in Nostalgia. Certo, qui tutto è volutamente in «minore», senza la ferocia sociale e il finale sanguinoso del film tratto dal romanzo di Ermanno Rea: ma l’inquietudine arriverà presto a serpeggiare in quella casa borghese in apparenza così anonima, ma che invece contiene fantasmi.
Al principio è solo una storia qualunque di cura paterna per la figlia (Serena Rossi) che, con il marito, si deve allontanare da Napoli per tre giorni e gli affida il figlio. Missione nobile e in apparenza semplice per Daniele Mallarico (così si chiama il nonno): però già dal re-incontro col piccolo Mario, cinque anni ma parlantina sciolta da so-tutto-io, si capisce che quei tre giorni saranno un lungo duello. Esempio: poco dopo gli abbracci e i baci, lui mostra al bambino la sua ultima creazione, le immagini di un libro (naturalmente l’Odissea: è lo Zeitgeist, bellezza) di cui il vecchio va molto fiero, ma il piccino lo stronca: «troppo scure!», precipitando l’autore in un silenzioso, malmostoso dispiacere, e soprattutto in dubbi sulla effettiva qualità delle sue opere... Da qui in poi le cose non migliorano: un uomo che ha incominciato la parabola discendente della propria vita e un ragazzino che sta appena iniziando la sua esperienza hanno in apparenza poco da comunicare tranne l’affetto del sangue, ma è ancora un’altra inquietudine che scaglia il vegliardo nell’angoscia: lui deve anche disegnare (e consegnare a un editore meneghino) le illustrazioni per un nuovo libro, un racconto di spettri. Ma presto si accorge che quelli che disegna non sono i fantasmi del racconto, bensì i propri, evocati appunto dalla casa napoletana in cui era cresciuto e da cui era fuggito per cercare il proprio destino. E se qui aggiungo che il racconto in questione è The Jolly Corner di Henry James in cui il protagonista torna, dopo 33 anni trascorsi all’estero, nella casa avita di New York ed è preda del fantasma del sé stesso che avrebbe potuto essere se non fosse andato via, è evidente che ci troviamo (nel libro di Starnone come nel film di Martone che lo ha sceneggiato assieme a Ippolita di Majo) davanti a un clamoroso mise en abîme: Mallarico vorrebbe ritrarre gli spettri jamesiani, ma incontra sempre e solo i suoi negli angoli di una claustrofobica abitazione (situata nello stesso palazzo in cui viveva Starnone da giovane!) che non protegge più, anzi aggredisce con i ricordi di gioventù sempre più aspri, sempre più perfidi... Fino a un sottofinale di cui non posso raccontare nulla (è pur sempre una ghost story, o no?) se non che succederà quella notte su un balcone incautamente chiuso con il nonno fuori (potrebbe essere peggio, potrebbe piovere, e infatti accade, come in Frankenstein Junior...). Ma invece non posso non dire dell’ennesima prova da applausi di Toni Servillo, che dopo il Presidente De Santis de La grazia ci regala un altro personaggio indimenticabile, che nel duello all’ultimo sangue comune con il nipotino Mario (Lorenzo Perrotta, bravissimo nell’alternare dolcezza e sadismo come ogni bambino che si rispetti) riesce a toccare tutti gli stati d’animo dell’avo burbero-ma-non-troppo: dalla tenerezza al fastidio, dalla rabbia trattenuta alla vertigine del rimpianto, dalla severità all’ironia, tutta la gamma dei sentimenti e dei trasalimenti, e tutto in un semplice corrugar di fronte, o in un sorriso appena accennato a fior di labbra. Con supremo tempismo comico come quando il nipotino decanta le qualità del suo genitore perfettino, e Servillo a proposito del genero si lascia voluttuosamente scappare «papà è ‘nu scassacazz...». Poi vorremmo anche sapere di più dei genitori del piccolo: Mario infatti allude a un possibile divorzio, e pure da altri indizi si capisce che la coppia sta attraversando un momento difficile. E vorremmo persino conoscere meglio «questi fantasmi» che presidiano e travolgono la mente del protagonista. Ma anche no, perché lo Scherzetto è bello quando spiega poco.
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11 settembre 2026
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