Lab 80, Venezia riscopre Fernanda Wittgens. «Di lei restano tante lettere, pochissime foto e cinque secondi di filmati di repertorio»
Il registra trevigliese Mattia Colombo firma «Anatomia di un ritratto» con il milanese Francesco Clerici, il documentario è coprodotto dalla casa cinematografica bergamasca .Al centro la prima direttrice della Pinacoteca di Brera
I tuoi preferiti
Salva questo articolo e leggilo quando vuoi. Il servizio è dedicato agli utenti registrati.
Non hai un account? Registrati in 1 minutoAccediHai salvato un nuovo articolo
Trovi tutti gli articoli salvati nella tua nella sezione preferiti e sull'app Corriere News.
Lab 80, Venezia riscopre Fernanda Wittgens. «Di lei restano tante lettere, pochissime foto e cinque secondi di filmati di repertorio»
di Federico FumagalliIl registra trevigliese Mattia Colombo firma «Anatomia di un ritratto» con il milanese Francesco Clerici, il documentario è coprodotto dalla casa cinematografica bergamasca .Al centro la prima direttrice della Pinacoteca di Brera
Francesco Clerici e Mattia Colombo
Il cinema ha spesso superato a pieni voti gli esami di anatomia («Anatomia di un omicidio», con Jimmy Stewart; il più recente «Anatomia di una caduta», Palma d’oro a Cannes). Ma è con «Anatomia di un ritratto», l’ibrido documentario appena presentato alla Mostra del Cinema (fuori concorso nella sezione Notti Veneziane, alle Giornate degli autori), che il linguaggio filmico va oltre le suggestioni e si avvicina all’accezione scientifica del termine.
Oggetto della complessa, dettagliata operazione di studio e disvelamento, è la critica d’arte Fernanda Wittgens. «Tutto parte da una doppia assenza. Quella del riconoscimento di Fernanda Wittgens, oggi in pochissimi hanno un’idea di chi fosse, oltre alla quasi totale indisponibilità di materiale visivo su di lei», spiega Mattia Colombo. Il regista — nato a Treviglio, classe 1982 — firma «Anatomia di un ritratto» a quattro mani, con il milanese Francesco Clerici. Insieme ai due autori, definiscono il ritratto l’attrice Sara Drago (protagonista della serie «Call My Agent-Italia»), la professoressa Giovanna Ginex (che a Wittgens ha dedicato decenni di ricerca e il romanzo «L’allodola») e il materiale dell’archivio Lab 80. La casa cinematografica bergamasca coproduce «Anatomia di un ritratto» — insieme a Rossofilm, Luce Cinecittà, gli svizzeri Rough Cat e RSI — e presta alla causa la propria collezione Cinescatti.
«Tante lettere, pochissime foto e cinque secondi di filmati di repertorio. Ecco ciò che resta di Fernanda Wittgens — dice Colombo —. Il nostro progetto era mosso dal desiderio di colmare il vuoto, che si è venuto a creare attorno a questa figura». Coraggiosa, visionaria, pionieristica. Nel 1940 diventa la prima direttrice della Pinacoteca di Brera, protegge le opere dai bombardamenti su Milano, paga con il carcere il proprio antifascismo, si impegna per la ricostruzione post bellica, difende il concetto di museo aperto e accessibile a tutti. Sempre con gran piglio, cui Sara Drago dà voce, corpo e acconciatura d’antan.
Alla necessità didattica e a quella documentaria («le vicende legate a Fernanda riflettono benissimo il contemporaneo, il momento difficile che la cultura sta attraversando» commentano i registi) si unisce una vibrante creatività, che non tradisce ma sfuma i dettami del cinema della realtà. Cinescatti, made Lab 80, è una manna. «Si tratta — continua Colombo — di materiale video amatoriale, home-movies familiari, che io e Francesco abbiamo utilizzato in maniera del tutto evocativa. È come se avessimo ricreato lo sguardo di Fernanda in soggettiva, mostrando ciò che ipotizzavamo lei potesse avere visto e vissuto».
Se le teche (techete’) vengono spesso tacciate di riesumare materiale audiovisivo, seguendo una procedura priva di sangue e anima, «Anatomia di un ritratto» (in sala nel 2027) gode di un potere quasi taumaturgico: «Abbiamo selezionato riprese appartenute ad altre vite, per poi accostarle ad esistenze diverse. Nel nostro caso, alla straordinaria esperienza di Fernanda Wittgenst. La possibilità che certe immagini di famiglia tornino a risplendere, in nuovi contesti, mi pare bellissima», dice Colombo.
Ambientato fra i «capolavorissimi» — espressione cara alla direttrice Wittgenst — di Brera, rimpallando da Masaccio a Piero della Francesca, «Anatomia di un ritratto» è una gioia per gli occhi. «A dover scegliere un’opera della Pinacoteca, io dico la “Cena in Emmaus” — conclude Colombo —. Caravaggio, che rappresentava santi e madonne con le fattezze di persone svantaggiate, è per me un faro dai tempi del liceo artistico a Bergamo. Anche oggi resta un riferimento, nel mio lavoro di documentarista».
Vai a tutte le notizie di Bergamo
10 settembre 2026
© RIPRODUZIONE RISERVATA