«Un bon petit soldat» di Stéphane Brizé: il lavoro è una prigione dove rinchiudiamo il nostro lato umano
Corriere della Sera - Cultura

«Un bon petit soldat» di Stéphane Brizé: il lavoro è una prigione dove rinchiudiamo il nostro lato umano

Mercoledì 9 settembre 2026
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Il film francese con un'Alba Rohrwacher convincente, esplora le degenerazioni delle multinazionali e dei rapporti tra colleghi, che si riversano sulla famiglia

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«Un bon petit soldat» di Stéphane Brizé: il lavoro è una prigione dove rinchiudiamo il nostro lato umano

di Sara D'Ascenzo

Il film francese con un'Alba Rohrwacher convincente, esplora le degenerazioni delle multinazionali e dei rapporti tra colleghi, che si riversano sulla famiglia

Alba Rohrwacher nel film «Un bon petit soldat» di Stéphan Brizé

«Un bon petit soldat» di Stéphane Brizé

Tradotto in italiano il titolo dell'ultimo film di Stéphane Brizé suonerebbe un po' come «Un bravo soldatino» e quante volte ci siamo sentiti ripetere questa espressione nel nostro approccio al lavoro. Il film di Brizé parla dunque di noi, di questo tempo in cui il lavoro immateriale ha superato il lavoro materiale, con un'operazione disumanizzante. Non siamo nei Tempi moderni di Charlie Chaplin, ma in un ufficio dove gli open space sono bellissimi luoghi che progressivamente si svuotano e chi resta sgobba il doppio, il triplo rispetto a prima. Lì va in scena l'epica scalata di Carla Moretti (Alba Rohrwacher), direttrice delle risorse umane italiana planata in Francia con un avanzamento di carriera. La sua ascesa inizia con un errore: non aver detto che lo spot per promuovere l'azienda era troppo tarato sulle persone con disabilità e incapace dunque di attirare i vincenti che escono dalle università. Ci pensa il suo capo, interpretato da Vincent Lindon, a farglielo notare davanti a tutti, passandole sopra come una schiacciasassi senza alcun problema. Lei sembra non perdere la propria gentilezza, l'ascolto alle persone, l'umanità. Eppure a mano a mano che la macchina da presa le si avvicina, come in un'immagine iperrealista scopriamo i suoi nei: il rapporto col figlio, che ha qualche difficoltà a scuola e per il quale lei è molto assente, per esempio. O alcune grane nell'ufficio che pensa di poter risolvere in un modo, scoprendo di avere molto vincoli. Il film indaga dunque quanto a fondo l'umanità può scendere oggi nei luoghi di lavoro. E non per lavoratori sovente rappresentati come ultimi della società, ma per i quadri o per i dirigenti, che sono costretti dal sistema a correre senza sosta fino a trovarsi di fronte a un bivio. Rispondere a sé stessi e lasciare o rispondere al lavoro e andare avanti. Non diremo che cosa risponde il film di Stéphane Brizé. Ma certo la scena cult sono le ripetizioni di matematica per telefono al figlio in uno stanzone vuoto dove Carla è rimasta l'ultima. Chiunque abbia figli, nipoti o amici in età scolare ci si riconoscerà. E non è un bello specchio.
Voto: 8,5. Misurato eppure empatico, con un'Alba Rohrwacher da premio. 

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9 settembre 2026

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