«Dau» di Ilya Khrzhanovsky: la violenza dei totalitarismi in un film che lascia senza parole
Il regista dissidente russo costruisce il capitolo finale della sua opera-monstre come un'esplosione di tutto: suono, inquadrature, colori. Ma verso la fine l'operazione si fa ripetitiva
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«Dau» di Ilya Khrzhanovsky: la violenza dei totalitarismi in un film che lascia senza parole
di Sara D'AscenzoIl regista dissidente russo costruisce il capitolo finale della sua opera-monstre come un'esplosione di tutto: suono, inquadrature, colori. Ma verso la fine l'operazione si fa ripetitiva
Teodor Currentzis in una scena di «Dau»
«Dau» di Ilya Khrzhanovsky
Ultimo capitolo di un progetto «monstre», un'opera-mondo che ha prodotto settecento ore di girato, quattrodici film e tre serie-tv, il Dau versione 2026, le cui riprese risalgono a due anni fa, è un film epocale di tre ore e quaranta, da vedere con un intervallo di quindici minuti. La prima parte è un distillato potente di cinema russo: Tarkovskij e le avanguardie russe degli anni '20. Ma anche di pittura: Ljubov' Sergeevna Popova, Vasilij Kandinsky, Kazimir Malevich, Pavel Filonov, e poi René Magritte e Tamara De Lempicka, con inquadrature che sembrano calchi dei quadri o visioni messe in pellicola come in un sogno e perfino inquadrature di persone prese di sghembo, come in alcune foto di Jacques Henri Lartigue. Siamo, insomma, di fronte a una summa di arti, che concorrono a formare un'opera stratificata, il cui messaggio però - molto ripetuto - è la dichiarazione di libertà dell'arte e della cultura, di indipendenza della scienza di fronte ai regimi. Per farlo il regista non appiattisce il suo linguaggio cinematografico ma lo moltiplica, lo esalta, lo manipola, esattamente come sembra fare con le persone in scena, attori che non lo sono, presi per reagire più che recitare. Di questa messe di immagini e suoni - perché c'è un lavoro mostruoso sul suono, basti pensare la scena in cui il rumore persistente è quello della pulizia dei vetri - che sfiora le quattro ore, la prima parte è pura arte, con colori indelebili, con scene mastodontiche in cui il set - ha lasciato intendere il regista- era anche più grande di come lo vedevamo. Nella seconda parte l'azione è ripiegata all'interno, Dau - Lev Landau, il fisico sovietico che inventò la bomba atomica, interpretato dal direttore d'orchestra Teodor Currentzis - comincia a mortificare sé stesso in relazioni violente, difficili, sovrapposte, come reazione a un maggior controllo del regime su di lui. Fino all'ultima parte, quando le illusioni sono perdute e di noi non resta niente. Forse il messaggio nella seconda parte è troppo insistito e ripetitivo, ma certamente siamo di fronte a un tipo di cinema che rimarrà.
Voto: 8,5. Arte cinematografica allo stato puro, solido e gassoso.
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9 settembre 2026
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