Helen Oyeyemi, dall’Inghilterra con Calvino nel cuore: «Negli ultimi anni, l’odio è stato fabbricato come magliette a buon mercato»
La scrittrice britannica con il nuovo romanzo «Una nuova nuova me»: «Nella playlist che mi ha accompagnata nella scrittura c’era una canzone pazzesca: Zitti e buoni dei Måneskin»
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Helen Oyeyemi, dall’Inghilterra con Calvino nel cuore: «Negli ultimi anni, l’odio è stato fabbricato come magliette a buon mercato»
di Martina Dei CasLa scrittrice britannica con il nuovo romanzo «Una nuova nuova me»: «Nella playlist che mi ha accompagnata nella scrittura c’era una canzone pazzesca: Zitti e buoni dei Måneskin»
Helen Oyeyemi (Foto Kateřina Janišová)
Kinga Sikora è la protagonista del romanzo Una nuova nuova me A New New Me (66thand2nd, pagine 240, euro 20) della scrittrice britannica, di origine nigeriana, HelenOyeyemi. Nel libro Kinga divide nello stesso corpo sette versioni e personalità differenti, una per ogni giorno della settimana.
Helen Oyeyemi, scrittrice pluripremiata, arriva in Trentino: il 16 settembre presenta il suo romanzo alla Libreria Arcadia di Rovereto (ore 19).
Il libro è un viaggio tra virtuosismi, linguaggio onirico, umorismo e introspezione, alla ricerca dell’«io». L’autrice ha vinto, tra gli altri, il Pen Open Book Award, Somerset Maugham Award e Hurston Wright Legacy Award.
Helen Oyeyemi, come nasce questo romanzo?
«Potrei avere elaborato in ritardo il meraviglioso film del 2020 Il matrimonio di Rosa di Icíar Bollaín, dove la protagonista sposa se stessa».
Quanto di lei c’è in Kinga e, in generale, nei protagonisti dei suoi libri?
«I miei personaggi sono completamente se stessi. Me ne accorgo perché cercano la loro privacy anche dove io faccio di tutto per provocare delle reazioni».
Lei è nata in Nigeria, cresciuta in Inghilterra e ora vive a Praga. Cosa le hanno lasciato questi luoghi?
«Sono londinese dalla prima infanzia, dunque non so nulla sul vivere in Nigeria. Quanto invece chi vive a Londra e a Praga, posso dire che sono persone accomunate dal sapere guardare alla diversità con calma e dal farsi gli affari propri. Forse per questo, ha senso che io sia entrambe le cose. Tornando a Londra, direi che è il luogo dove sono diventata una lettrice e dunque sono diventata me stessa. Crescere in un ambiente dove la fusione estetica di ogni sorta era qualcosa di quotidiano è stato un regalo enorme. Così come è stato speciale essermi formata nella terra di Shakespeare e Stormzy. Praga, invece, è una città enigmatica e carismatica, dove mi sento libera di vivere e sognare come persona di questo nuovo millennio. A modo mio, ma guidata, nella scrittura, dalle note di Calvino».
«Casa» per lei cos’è?
«Una volta rispondevo che è dove ci sono le mie teiere. Ma, visto l’aumento della mia collezione di profumi, adesso direi che casa è un posto che profuma di buono».
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La scrittura cosa rappresenta?
«È qualcosa che non riesco a impedirmi di fare. Anche quando sento che sarebbe più saggio tacere».
Perché non la convince essere associata alla tradizione letteraria del cosiddetto «realismo magico»?
«Per me dire che scrivo fiction, narrativa, ovvero narro eventi immaginari e conversazioni immaginarie che avvengono tra persone immaginarie, è già una tradizione letteraria più che sufficiente a cui dedicarsi».
Un libro che vorrebbe avere scritto?
«The Last Lover di Can Xue, così sereno nella sua malizia».
Lei, adolescente mandò un estratto del primo manoscritto a un’agenzia letteraria trovata sull’elenco telefonico. È iniziata così 21 anni fa la sua carriera, con la pubblicazione di «La bambina Icaro». Cosa prova pensando alla ragazzina di allora?
«Che imbarazzo. La verità è che, anche se ho superato i quaranta, sono ancora amica di quella ragazzina che voleva essere una scrittrice. La mia idea di cosa significa essere scrittrici e scrittori “veri” non è cambiata poi così tanto da allora, non ho ancora abbandonato la speranza di arrivarci, un giorno».
Il ruolo della cultura nella società contemporanea?
«È chiaro che non esiste l’arte apolitica. Più dubbio, invece, è se le arti possano e debbano essere usate come agente disintossicante. Sarebbe bene affrontare i problemi sociali direttamente alla fonte. Negli ultimi anni, l’odio è stato fabbricato come magliette di poliestere a buon mercato. Tra crisi di mezzi e crisi disinformative sono state create fazioni, la cui ira si muove orizzontalmente anziché verticalmente. Ma non credo che questa situazione possa durare ancora a lungo. Non siamo marionette».
Nuovi progetti?
«L’anno prossimo, in inglese, uscirà La paura della primavera, una serie di racconti brevi ambientati in un villaggio vacanza in bassa stagione».
Cosa c’è nella sua playlist?
«Nella playlist che mi ha accompagnata nella scrittura di Una nuova nuova me, c’era una canzone pazzesca: Zitti e buoni dei Måneskin».
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8 settembre 2026
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