Amore e guerre, trittico di conferenze-spettacolo a Ercolano
Tornano di «Ozi di Ercole» sull'antica spiaggia che scoprì Giuseppe MaggiLa rassegna diretta da Gennaro Carillo in scena con Mascino e Ragonese
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Amore e guerre, trittico di conferenze-spettacolo a Ercolano
di Natascia FestaTornano di «Ozi di Ercole» sull'antica spiaggia che scoprì Giuseppe MaggiLa rassegna diretta da Gennaro Carillo in scena con Mascino e Ragonese
L'antica spiaggia di Ercolano restituita alla fruizione diventa teatro
Lo raccontava con la visionarietà dell’attimo in cui capì cosa aveva davvero sotto i piedi: Giuseppe Maggi, il grande archeologo scomparso l’anno scorso, nel 1980 affondando lo scavo a tre metri lungo quella che un tempo era la linea di costa dell’antica Ercolano, rinvenne alcune conchiglie, poi uno scheletro: quella doveva essere la spiaggia dove si erano radunati con il cuore in gola uomini, donne e bambini in fuga dall’eruzione che li incalzava. Nei fornici ne avrebbero trovati almeno trecento. Si ricorda questo perché quella spiaggia, oggi recuperata come spazio di fruizione scenica, è un luogo di memoria horribilis e sacra, come lo sono la vita e la sua fine. Ed è lì che tornano gli Ozi di Ercole, la rassegna di lezioni-spettacolo diretta da Gennaro Carillo che stavolta ha come tema Amore e guerra, declinato in parole e note. Un trittico di appuntamenti consecutivi costruiti in due tempi: prima un reading scenico, poi un momento musicale.
Si parte il 10 settembre con l’attrice Lucia Mascino e Laura Pepe che insegna Istituzioni di diritto romano e Diritto greco antico all’Università di Milano in Nella mischia. Tra amore e guerra, dialogo seguito dall’incontro tra Ambrogio Sparagna e Raffaello Simeoni. L’11 settembre la scena è per la traduttrice e poetessa Carmen Gallo con l’interprete Isabella Ragonese e l’antropologa del mondo antico Silvia Romani in Furiose. Sulla follia d’amore. Chiude Il panettiere e l’astronomo. Le due vite di Johann Sebastian Bach, conversazione con il direttore d’orchestra e compositore Carlo Boccadoro. Il 12 tocca allo stesso direttore artistico Gennaro Carillo e a Federica Fracassi con un itinerario dal cuore sanguinante intitolato Baci e morsi. Se l’amore ti fa a pezzi, seguito dal live di Francesco Di Bella Acqua Santa.
«Quello dell’edizione 2026 è un tema che trova nel Parco Archeologico di Ercolano la propria cornice ideale» dice Federica Colaiacomo, da marzo alla guida del sito ereditato da Francesco Sirano (ora al Mann). «Il poeta-filosofo che più ha evidenziato l’ambigua prossimità di amore e violenza — spiega — è stato Lucrezio nel De rerum natura. Questo poema, la cui riscoperta, nel 1417, ha rappresentato un evento di portata epocale per la cultura europea, è una vera e propria summa del pensiero di Epicuro. Bellissima la metafora adottata da Lucrezio: la sua opera vuole addolcire l’assenzio della filosofia epicurea con il miele della poesia, il rigore del concetto con l’eleganza del verso. Ebbene, se c’è una città legata a Epicuro, questa è proprio l’antica Ercolano. I papiri ercolanesi ci dicono che la filosofia di Epicuro è parte integrante della memoria dei luoghi. Percorrerne le strade implica un dialogo costante con il genius loci: il fantasma di Epicuro aleggia da queste parti, non solo nella Villa dei Papiri».
Né, avverte Carillo, il binomio va assunto come del tutto antitetico visto che d’amore esistono schermaglie e strategie. «Amore e guerra — dice — dovrebbero essere l’uno il contrario dell’altra. La controcultura americana al tempo del Vietnam non si era forse inventata quello slogan, “fate l’amore, non la guerra”, che risuona ancora oggi su tutte le piazze pacifiste? Già per Aristofane la guerra va fuggita come la peste in quanto nemica dei piaceri della carne, mentre la pace coincide con l’esplosione dei sensi e il vitalismo più sfrenato. Eppure, basta guardare all’iconografia classica perché qualche dubbio ci assalga». Quale? «Eros è rappresentato come un bel ragazzetto ma armato di arco e frecce. Coi suoi dardi, l’amore dunque ferisce, il più dolce e insieme il più amaro dei traumi. Per parlarne si attinge a piene mani al vocabolario della guerra. Se l’eros è scatenato dalla visione della bellezza di un corpo, non bisogna dimenticare che per gli antichi questa visione non è mai rassicurante. Anzi, il bello è tale perché porta turbamento, perché sconvolge, folgora, fa male. In un certo senso fa anche paura».
Oltre all’iconografia c’è anche la genealogia di Eros a farne un tipo poco rassicurante. «Sua madre è Penia, la personificazione della povertà. Del bisogno. Di uno stato di indigenza grave, seppure non priva di tratti di furbizia. Ed Eros, in quanto desiderio, presuppone sempre una privazione, una distanza, un vuoto da colmare e per il quale ci si strugge. Suo padre è invece Poros, l’Espediente, l’Ingegno, la Risorsa, figlio a sua volta di Metis, l’Astuzia, l’intelligenza strategica che permette di cavarsi d’impaccio in ogni circostanza. Di sottrarsi a una condizione di a-poria, di assenza di poros, e di trovare una via d’uscita. Senza poros il desiderio di conquista – di un amato, di un’amata, di una polis – sarebbe destinato al fallimento. In amore e in guerra ci vogliono una strategia e la capacità di metterla in atto, cogliendo il momento propizio». Infine ci vuole «il coraggio (andreia) di gettarsi di esporsi a un rischio».
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8 settembre 2026
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