«Bunker» di Florian Zeller: la coppia (e la famiglia) metafora del mondo. Ma la morale finale rovina tutto
Cruz e Bardem mattatori in una storia che parla di case, rifugi e relazioni. La scrittura tiene finché non pretende di impartire lezioni
L'Iran ha sbagliato i calcoli: il tempo non è più a suo favore
I tuoi preferiti
Salva questo articolo e leggilo quando vuoi. Il servizio è dedicato agli utenti registrati.
Non hai un account? Registrati in 1 minutoAccediHai salvato un nuovo articolo
Trovi tutti gli articoli salvati nella tua nella sezione preferiti e sull'app Corriere News.
«Bunker» di Florian Zeller: la coppia (e la famiglia) metafora del mondo. Ma la morale finale rovina tutto
di Sara D'AscenzoCruz e Bardem mattatori in una storia che parla di case, rifugi e relazioni. La scrittura tiene finché non pretende di impartire lezioni
Javier Bardem e Penélope Cruz in una scena di «Bunker». I due sono una coppia anche nella vita
«Bunker» di Florian Zeller
Una coppia di successo. Lui è un architetto famoso (Javier Bardem, molto più misurato del solito), lei lavora nell'editoria e ha dovuto lasciare Madrid per Londra dove è però poco soddisfatta (Penélope Cruz). Una villa nella Londra dove i soldi cambiano il volto dei quartieri. Una mattina la coppia si sveglia per un rumore sordo che proviene dal giardino: il vicino, di cui solo più tardi vedremo la fisionomia (il bravissimo Stephen Graham), sta spaccando il muro che divide la sua proprietà dalla loro. Un buco nel muro che ha il potere di destabilizzare l'architetto e di creare la prima falla da cui la crisi della coppia trova la prima via d'uscita. Contemporaneamente un facoltoso tecno-miliardario vorrebbe farsi progettare un bunker da Bardem e da nessun altro. La reazione della moglie metterà in moto altri meccanismi, scardinando quel po' che resta della loro unione. Fino al concitato stratagemma che porta a un finale moraleggiante. Zeller è maestro di copioni. Viene dal teatro e sa come scrivere. Sa anche come dirigere gli attori, anche se qui, per esempio, sembra più in sintonia con Bardem che con Cruz, ridotta quasi a una figurina nel teatro progettato intorno a Bardem. Le metafore si sprecano: il bunker chiude, il vicino apre finestre nel suo garage, i ricchi che mandano in malora la società, i poveri che sono pronti a prendersi ciò che sentono sia loro diritto avere, costi quel che costi. La coppia che non si parla più, i figli che forse tengono ancora uniti o che comunque aiutano a focalizzare l'aspetto più importante della vita. Tutto giusto, ma il cinema quando si mette a dare lezioni il più delle volte si perde. E qui è proprio un peccato. Perché la tensione c'è, una sorta di ossessione per il dettaglio pure. Perché appesantire tutto tentando di disporre tutti nella propria casellina? Quanto agli attori: Paul Dano, checché ne dica Quentin Tarantino, fa sempre la differenza.
Voto: 6,5. Parte bene, poi annaspa un po', si riprende con l'escamotage (non nuovo) finale e poi la morale azzoppa tutto.
Vai a tutte le notizie di Venezia Mestre
8 settembre 2026
© RIPRODUZIONE RISERVATA
L'informazione nella tua mailCorriere del Veneto
Le news principali sul Veneto
Ogni giorno alle 12, a cura della redazione