La Germania e i suoi anticorpi
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La Germania e i suoi anticorpi

Martedì 8 settembre 2026
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Il voto in Sassonia-Anhalt è un campanello d’allarme che richiede idee nuove e nervi saldi nel Paese e nel resto d’Europa

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La Germania e i suoi anticorpi

Danilo Taino | 8 settembre 2026

Il voto in Sassonia-Anhalt è un campanello d’allarme che richiede idee nuove e nervi saldi nel Paese e nel resto d’Europa

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Ci sono momenti in cui occorre avere gli occhi asciutti: l’Alternative für Deutschland è parecchio lontana dal prendere il potere in Germania. La sua cospicua vittoria nella Sassonia-Anhalt, domenica scorsa, scuote alle fondamenta la politica del Paese ma è molto improbabile che, a livello nazionale, il partito possa avvicinarsi al governo e alla cancelleria, nonostante i sondaggi la fotografino da mesi come il partito con i maggiori consensi. La Germania postbellica, anche dopo la caduta del Muro di Berlino nel 1989, è solidamente democratica, una delle democrazie più belle e più efficienti d’Europa: la maggioranza dei tedeschi cresciuti nella libertà e nell’apertura non voterà per il suicidio. Detto questo, lo choc della «AfD sugli scudi» mette sottosopra ottant’anni di stabilità e drammatizza una situazione tedesca già difficilissima sul piano economico e sociale, acutizza il fallimento di un modello. Con pericoli seri dietro la curva, anche per l’intera Europa.

Il dilemma immediato e forse irrisolvibile di fronte ai partiti democratici e soprattutto ai cristianodemocratici dell’Unione Cdu-Csu è se continuare a sostenere il Brandmauer, il cordone sanitario che esclude anche la minima collaborazione con AfD, oppure se moderarlo e indebolire la diga. In un Paese che ha coltivato per decenni il senso di colpa per il nazismo e per l’Olocausto, almeno nell’Ovest, è stato fino ad adesso scontato alzare il muro contro un partito nel quale alcuni esponenti di primo piano apprezzano Hitler e vorrebbero cancellare la memoria degli orrori inflitti al mondo nel secolo scorso. Per anni ha funzionato, oggi non è detto.

Non è solo il fatto, come molti sottolineano, che è politicamente difficile trattare come radioattivo il possibile primo partito della Germania, una formazione che potrebbe raggiungere molto più del 20% dei voti, forse il 30. Sarebbe come dire a un quarto dei votanti — difficilmente qualificabili in blocco come neonazisti — che non contano niente: un modo per dare ulteriori argomenti di propaganda alla Alternative für Deutschland. Ma c’è altro. Ribadire il rigido cordone sanitario obbliga i cristiano-democratici a un’alleanza più o meno santa con i socialdemocratici e con i Verdi e alla ricerca della benevolenza della Linke, il partito di sinistra-sinistra con il quale la Cdu-Csu ha sempre escluso di collaborare. Significherebbe portare avanti politiche diciamo di centrosinistra, con il risultato di aprire a destra praterie di consensi all’AfD e probabili rotture tra i cristianodemocratici stessi.

Il cancelliere Friedrick Merz ha ribadito che il Brandmauer non crollerà. Per lui, per la Cdu-Csu e per tutti i partiti democratici il dilemma è però reale e non teorico: si presenterà presto non solo nella Sassonia-Anhalt ma su un po’ tutte le questioni che l’Afd solleverà: l’immigrazione, innanzitutto, poi l’atteggiamento da tenere nella Ue, il rapporto con Vladimir Putin, la portata e il tipo di riamo, le pensioni, la politica economica.
È che il centro politico della Germania è crollato. I due grandi partiti di massa che hanno dominato fino a non molti anni fa la scena, i cristianodemocratici e i socialdemocratici, oggi raccolgono, assieme, un terzo dei voti. Tra gli anni Sessanta e Ottanta del Novecento, si aggiudicavano l’80-90% dei consensi; dopo le elezioni di domenica scorsa i sondaggi d’opinione danno l’Unione poco sotto al 21% e l’Spd poco sopra al 12 (e l’AfD al 28).

Il cancelliere Merz, che ora rischia il posto, ha fatto errori, mosso passi falsi, non è empatico si è detto. Piace poco tra gli elettori e ha una base debole nel suo partito, la Cdu, dopo essere stato una decina d’anni lontano dalla politica per fare business e perché osteggiato da Angela Merkel. La responsabilità del cattivo stato complessivo in cui si trova la Germania non è però certamente sua. Sono i rivolgimenti geopolitici e geoeconomici ad avere condannato il modello tedesco: il gas russo a buon prezzo che non c’è più, il grande export in Cina che è diventato il grande import dalla Cina, la realizzazione che la Difesa del Paese era in uno stato pietoso, il deterioramento dei rapporti con gli Stati Uniti di Donald Trump e la questione dell’immigrazione che dal 2015, quando coraggiosamente ma con alto rischio Merkel non chiuse la frontiera a siriani e afgani, ha gonfiato i consensi dell’AfD. Come succede in molti altri Paesi europei, l’elettorato fatica a cogliere le conseguenze di questo climate change, di questo straordinario cambio di stagione. Merz ha provato a reagire alle crisi incrociate ma, oltre ai suoi limiti e all’enormità della sfida, ha incontrato le difficoltà di fare politiche efficaci in una Grande Coalizione con i socialdemocratici. Ora — ha detto — non è più tempo di piccoli passi: forse, lo choc di domenica scorsa può rendere evidente questa nuova realtà.

La Germania è in tensione ma non al tracollo: non è il caso di eccitare la Schadenfreude, il piacere di vedere la sventura degli altri. Il Paese ha enormi risorse democratiche, politiche, umane, imprenditoriali, culturali per superare la sua più grande crisi dal dopoguerra. Inoltre, sarebbe sciocco e autolesionista gioire per le sue difficoltà: assieme a ciò che può succedere l’anno prossimo in Francia — la presidenza a Marine Le Pen — questi sconvolgimenti politici potrebbero portare a un grande caos nel continente. Per la gioia terrorizzante di Putin. È un passaggio storico senza precedenti ma non intrattabile: chiede però idee nuove e nervi saldi nel Paese al cuore dell’Europa, e altrove.

8 settembre 2026

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