Villa Faragola, il sito archeologico di Ascoli Satriano riapre 9 anni dopo l'incendio: il nuovo percorso tra ricostruzioni 3D e strumenti digitali
Il sito alle porte di Ascoli Satriano, uno dei più interessanti dell'archeologia pugliese, venne semidistrutto da un incendio nel 2017. Oggi rinasce dopo un investimento di quattro milioni di euro
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Villa Faragola, il sito archeologico di Ascoli Satriano riapre 9 anni dopo l'incendio: il nuovo percorso tra ricostruzioni 3D e strumenti digitali
di Luca PerniceIl sito alle porte di Ascoli Satriano, uno dei più interessanti dell'archeologia pugliese, venne semidistrutto da un incendio nel 2017. Oggi rinasce dopo un investimento di quattro milioni di euro
Dopo nove anni esatti dal devastante incendio che nel 2017 aveva gravemente danneggiato marmi, mosaici e strutture del complesso, Villa Faragola ha riaperto ieri ufficialmente al pubblico. Un ritorno atteso, che restituisce alla comunità di Ascoli Satriano e all’intera Capitanata uno dei siti archeologici più importanti e suggestivi della Puglia tardoantica. La riapertura segna la conclusione di un lungo percorso di recupero e riallestimento, necessario dopo le ferite lasciate dal rogo, costato 4 milioni di euro.
L'incendio del 2017
Il sito si presenta oggi con un percorso di visita completamente rinnovato, nel quale alla valorizzazione dei reperti archeologici si affiancano strumenti digitali, ricostruzioni tridimensionali e percorsi immersivi pensati per aiutare il visitatore a comprendere meglio l’aspetto originario della villa e la funzione dei suoi ambienti. Villa Faragola si trova a circa tre chilometri a sud-ovest di Ascoli Satriano, nella fertile valle del Carapelle, in una posizione che nell’antichità era particolarmente favorevole.
Il complesso sorgeva infatti tra i centri di Ausculum e Herdonia, in un’area ricca d’acqua grazie alla presenza del fiume Carapelle e di numerose sorgenti. Quello di Faragola non è un semplice edificio rurale, ma un insediamento che racconta secoli di storia. Le testimonianze archeologiche documentano una frequentazione dell’area già in epoca daunia, tra il VI-V e il IV-III secolo avanti Cristo, seguita da una fattoria romana e quindi, tra il III e il VI secolo dopo Cristo, dalla trasformazione del complesso in una grande villa tardoantica. Dopo la fine della residenza aristocratica, l’area continuò a essere occupata con un villaggio altomedievale fino al IX secolo e successivamente fu destinata ad uso agricolo. Il momento di maggiore splendore della villa risale soprattutto al V secolo dopo Cristo, quando il complesso assunse caratteristiche monumentali e lussuose.
La parte più spettacolare è rappresentata dalla grande cenatio, la sala destinata ai banchetti estivi, caratterizzata da una ricchissima pavimentazione in marmo e da raffinati inserti in opus sectile, realizzati attraverso la combinazione di lastrine di marmi colorati e pasta vitrea. Al centro della sala si trovava uno stibadium, un grande divano semicircolare in muratura destinato ai commensali, dotato di una vasca e di una fontana.
L’acqua contribuiva a creare un effetto scenografico particolarmente raffinato: scorrendo nella parte centrale della sala, rifletteva i colori dei marmi e garantiva frescura durante i banchetti nelle giornate estive. Accanto alla sala da pranzo sono stati individuati altri ambienti residenziali decorati con mosaici policromi a motivi geometrici, mentre il complesso disponeva anche di un settore termale e di spazi dedicati alle attività produttive. È stata, infatti, individuata anche una fornace per la cottura dei laterizi, elemento che testimonia come Faragola fosse insieme luogo di rappresentanza, centro agricolo e struttura produttiva.
L’area finora indagata supera i 3.000 metri quadrati, ma il complesso originario sarebbe stato molto più esteso, probabilmente fino a circa tre ettari. Dimensioni e ricchezza delle decorazioni fanno di Villa Faragola una delle testimonianze più importanti delle grandi residenze rurali dell’Italia meridionale in età tardoantica. La riapertura di ieri, dunque, non rappresenta soltanto il ritorno alla fruizione di un sito archeologico. È anche il recupero di un pezzo fondamentale della storia della Daunia, rimasto per otto anni segnato dalle conseguenze dell’incendio e oggi nuovamente accessibile attraverso un percorso che unisce archeologia, ricostruzione storica e nuove tecnologie.
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8 settembre 2026 ( modifica il 8 settembre 2026 | 11:59)
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