Quando l'«eretico» Gioberti sfidò i gesuiti: «Si servono della paura e del sospetto per comprimere i tenerelli cuori»
Nel 1847 l'attacco durissimo, in chiave risorgimentale, alla Compagnia di Gesù da parte del presbitero torinese, esiliato per le idee repubblicane. «La delazione, le spie e gli aguzzini sono i cardini della loro polizia educativa»
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Quando l'«eretico» Gioberti sfidò i gesuiti: «Si servono della paura e del sospetto per comprimere i tenerelli cuori»
di Carla Piro ManderNel 1847 l'attacco durissimo, in chiave risorgimentale, alla Compagnia di Gesù da parte del presbitero torinese, esiliato per le idee repubblicane. «La delazione, le spie e gli aguzzini sono i cardini della loro polizia educativa»
«All’erta, o popolo Piemontese! Noi, prima di volgerti queste parole abbiamo voluto con severo studio verificare alcuni dei fatti che t’abbiamo esposti, e le nostre ricerche ci convinsero dell’orribile guerra che muove il partito del passato alle nostre libere istituzioni, ed ai ministri che sono chiamati ad applicarle in tutta la loro estensione. Volemmo assicurarci primamente del programma di alcune società che si velano d’un apparenza di libertà e d’ordine, ed emerse che il loro operato era diametralmente opposto a quanto asserivano pubblicamente essere nella loro missione: vedemmo inondarsi il paese di tali velenose insinuazioni che t’ecciterebbero, se tu le ascolti, al più esecrabile delitto che possa commettere un popolo, la guerra civile». Così tuonava, nel 1849, il patriota bresciano Luigi Mazzoldi, nella sua lettera Parole al popolo piemontese di un emigrato lombardo, inserendosi in una delle più aspre e lunghe controversie che stavano segnando il Risorgimento piemontese ed italiano.
Una contesa che contrapponeva politica e religione. L’ultimo capitolo della storia infinita del conflitto tra potere spirituale e temporale, tra l’autorità del Papa e la tensione verso uno Stato libero e laico. E, in ultimo, su chi avesse l’autorità e il potere di educare i giovani, nella consapevolezza che chi forma le nuove generazioni forma l’identità di un popolo.
Ad accendere la miccia, nel 1847, era stato il presbitero torinese Vincenzo Gioberti — poi Presidente del Consiglio dei ministri del Regno tra il 1848 e il 1849 — dando alle stampe Il gesuita moderno, una monumentale e durissima opera di attacco contro la Compagnia di Gesù, accusata di essere l’ostacolo principale all’unificazione italiana e alle riforme nazionali. Scriveva Gioberti. «Il Gesuitismo moderno non è così puro come l’antico nell’uso che fa e nello scopo che si prefigge adoperando quest’arte; perché invece di usarla soltanto all’emendazione e salute spirituale de’ prossimi, esso se ne prevale principalmente per mantenere ed accrescere la propria potenza. La delazione è oggi nelle mani della setta uno stromento di dominio e di terrore, come già sotto i Cesari imbecilli e ribaldi della scaduta Roma; frenando e soggiogando agevolmente i timidi, cioè i molti, colla paura del male. Ora nella pedagogia esso fa altrettanto, servendosi della paura, della diffidenza, del sospetto per comprimere i tenerelli cuori, per ispegnervi ogni seme di generosità, di coraggio e di vigore, e formare quelle tempre d’uomini pusillanimi, codardi ed imbelli, che sono il provento più ordinario della coltivazione dei Padri. La delazione e lo staffile, le spie e gli aguzzini sono i cardini della polizia educativa dei Gesuiti».
Gioberti non era sempre stato così ostile. Nel Primato Morale civile degli Italiani, nel ’43, aveva avuto anche parole positive per i seguaci di Ignazio di Loyola, ma due anni dopo, i Prolegomeni, contenevano accuse feroci verso il «gesuitismo» inteso come una degenerazione del cattolicesimo, contrario alla libertà moderna, ostile al progresso civile, legato ai governi assolutisti. Un epistolario sterminato racconta quella storia: lettere di accusa e difesa che coinvolgono i maggiori intellettuali del tempo, e naturalmente i gesuiti stessi.
A Gioberti scrive il torinese Francesco Pellico e così fa da Napoli l’ex amico Carlo Maria Curci, ora durissimo: «Meno innocente e per lui e per noi è quell’altra maniera di esagerazione che lo sospingono a parole gravemente ingiuriose, e bassezze aliene da quella moderazione propria di uno scrittore assennato, e colle quali meno la nostra fama offende, che non la sua dignità. Indarno su queste pagine si è cercato quel Gioberti riverito ed ammirato da molti nelle altre sue opere Oh! quanto è doloroso vedere uomini di bella fama pagare così vergognoso tributo ad affetti forse vulgari, certo non virtuosi!».
Nel ’47, in esilio per le sue idee repubblicane, Gioberti cerca ancora di scuotere le coscienze degli italiani. Ed è un altro torinese a cercare di smorzare il caso politico. «Non si parla che di una cosa sola, i gesuiti», scrive Cesare Balbo in una lettera a Gioberti. «È il tema del 1845, in Italia forse più che altrove». Balbo intende mediare, tenere un punto fra le due posizioni. Gli scrive: «Seguivo lei nell’ammirare l’istituzione, nel deplorare la degenerazione. Ma finivo col dire che a questi pure io tendo le mani, chè nihil Italiani a me alienum puto. E questo m’avrebbe certo fatto dir dalla gente gesuitante, gesuitaio, gesuita. Ero pronto a tal calunnia. Che importa? Sarebbe stata la millesima».
Ma Balbo è in una posizione difficile, anche a seguito dell’intervento pubblico di padre Taparelli D’Azeglio, noto gesuita, nonché suo cugino.
Nasce così la Lettera sulla questione dei gesuiti a Padre Taparelli. Balbo scrive: «La vostra soppressione nel secolo scorso fu bricconata de’ cortigiani e filosofanti. La vostra restaurazione fu dunque una giustizia. Ora, voi restaurati, chi siete? Buoni, santi uomini, non ve n’è dubbio. Non si fanno i sacrifici che fate, non si mena la vita che menate per impostura, siete uomini sinceri e buoni religiosi, utili al culto. Ma che è il progresso? Che sono i giusti desideri del secolo nostro? Che è il liberalismo legale? Caro cugino ed amico, tu ed io lo sappiamo ed io l’ho spiegato in parecchi volumi. Ciò che chiamo liberalismo moderato è, se non l’opposto, molto diverso dalla politica promossa dai gesuiti dal 1814 in qua. Ciò basta per far intendere che trovo i gesuiti cattivi politici moderni. Altri mi dirà ma i gesuiti non hanno politica illiberale. Sono regii nelle monarchie assolute, costituzionali nelle rappresentative, repubblicani nelle repubbliche. Tanto basta perché io, monarchico liberale non sia con essi, creda essi nell’errore, nell’inabilità politica». Insomma — suggerisce Balbo — siate asceti ma lasciate perdere la politica.
E il Taparelli? Lunga e articolata la sua risposta, immota nei secoli l’idea che la sostiene: «… Ricusando noi (Gesuiti) ogni iniziativa della politica, accetteremo, come sempre, quella che correrà di mano in mano, rispettando i dritti nuovi come gli antichi, e sopportando i fatti finché questi ci permetteranno di confessare, predicare ed insegnare».
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8 settembre 2026
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