Lo psicologo Ugo Morelli: «La fretta ci porta a usare il cervello automatico. E invece serve tempo»
Nel saggio Morelli si interroga su cosa accade un istante prima di un atto creativo: «All’Intelligenza Artificiale ci stiamo consegnando senza più valutare l’autorevolezza delle fonti»
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Lo psicologo Ugo Morelli: «La fretta ci porta a usare il cervello automatico. E invece serve tempo»
di Roberto BrumatNel saggio Morelli si interroga su cosa accade un istante prima di un atto creativo: «All’Intelligenza Artificiale ci stiamo consegnando senza più valutare l’autorevolezza delle fonti»
Nella contemporaneità dominata dalla frenesia dell’azione, l’attesa è vissuta come una non-azione, qualcosa di apparentemente inutile, uno spazio vuoto da riempire, c’è chi la considera anche un peso insopportabile. «Aspettare» invece significa dare valore alla pazienza, meditare. Ugo Morelli analizza il tema nel nuovo saggio uscito in questi giorni L’attesa. Antecedenti dell’atto creativo (Edizioni Ets, 120 pagine, 11,40 euro), che presenta l’8 ottobre alla Libreria Due Punti di Trento (ore 18). Docente di Scienze cognitive applicate alla vivibilità, al paesaggio e all’ambiente, di Psicologia del lavoro e dell’organizzazione e di Psicologia della creatività e dell’innovazione, editorialista del Corriere del Trentino e del Corriere dell’Alto Adige, Ugo Morelli a Trento ha creato e diretto la Scuola per il governo del territorio e del paesaggio della Provincia di Trento.
Creatività
Nel saggio Morelli si interroga su cosa accade un istante prima di un atto creativo. Per Michelangelo il «prima» di una scultura era la liberatoria necessità di togliere la materia che occupava ciò che ancora stava solo nella sua mente. E per noi? Morelli definisce l’attesa come «l’atto di scolpirsi, togliendo ciò che ingombra», ma anche come «amore per gli eventi, anche estremi e dolorosi». Attingendo soprattutto a psicologia, neuroscienze cognitive e affettive, il saggio mostra come l’attesa intervenga in tutti i passaggi cruciali del nostro tempo: dalla crisi eco-sistemica all’incontro tra culture e generi differenti, fino alle trasformazioni dell’Intelligenza Artificiale. E spiega che non si associa solo all’ansia e a comportamenti passivi, ma apre alla ricerca del possibile, al germinare creativo dell’inedito, che svincola dal presente.
Professor Morelli, come si forma ciò che precede la nascita di quello che prima non c’era?
«In questa ricerca abbiamo puntato l’obiettivo sull’immediatamente prima del materializzarsi di un’idea, tanto quella lungamente studiata quanto il frutto di un’istantanea intuizione. L’idea produce discontinuità, composizione o ricomposizione in parte originale di repertori presenti nel mondo. La creatività non è appannaggio di esseri geniali, e purtroppo la società non è organizzata per valorizzare il pensiero creativo, ma per uniformarci tutti verso l’appiattimento: così a bambine e bambini non si insegna a dubitare e a guardare le cose da nuovi punti di vista. La fretta ci porta a usare il cervello automatico per dare risposte immediate, neanche fossimo piloti o chirurghi chiamati a rispondere in 10-15 secondi a urgenze da cui può anche dipendere la vita. E invece serve tempo».
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Com’è cambiata la percezione dell’attesa rispetto al passato?
«Radicalmente. Nella nostra società manca del tutto. Oggi si agisce in tempo reale, senza considerare che sbagliamo anche dopo lunga riflessione: figurarsi se agiamo senza pensare. Eppure all’Intelligenza Artificiale ci stiamo consegnando senza più valutare l’autorevolezza delle fonti. Nel libro immagino l’attesa anche usando esempi ipotetici. Ci deve essere stato per forza un cacciatore-raccoglitore di 11mila anni fa che per qualche strano motivo, invece di mangiare il granturco, ne avrà sotterrato i semi…
Un gesto da pazzi. E quanti millenni ci sono voluti per capire di quale padre erano figli bambine e bambini partoriti da donne costrette ad avere rapporti con innumerevoli uomini? L’attesa tra concepimento e nascita eliminava ogni certezza».
Chi detta i ritmi del nostro tempo quotidiano?
«Con il neuroscienziato Vittorio Gallese ci stiamo confrontando proprio su questo. Ad avere cambiato il paradigma umano è stato l’emergere del comportamento simbolico, quando i primitivi iniziarono a seppellire i morti, a decorare gli ornamenti e a dipingere le grotte rappresentando i loro ricordi che così diventavano di nuovo reali. E’ lì che è nata la virtualità di cui tanto parliamo oggi, virtualità che il capitalismo ha trasformato in strumento di consumo sollecitandoci a soddisfare desideri spesso inesistenti».
Come fare per evitare di regalare del tutto la nostra volontà a altre persone?
«Dobbiamo dubitare. Mettere in discussione, formulare ipotesi e poi aspettare, come avviene in campo scientifico, che qualcuno le apprezzi o le confuti. Oggi siamo di fronte a un bivio: cambiare o scomparire. L’attesa ha a che fare con il desiderio e il futuro».
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6 settembre 2026
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