Il «Signore dei coltelli» di Torino. Andrea De Carlo: «Mio padre Giorgio, il bisnonno arrotino e un negozio-mito in piazza Carignano»
Dai coltelli artigianali giapponesi alle affettatrici Berkel l'arte delle lame passa da sempre di qui. Un'attività conosciutissima in città iniziata con una mola ambulante e un mestiere tramandato da cinque generazioni
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Il «Signore dei coltelli» di Torino. Andrea De Carlo: «Mio padre Giorgio, il bisnonno arrotino e un negozio-mito in piazza Carignano»
di Piera GentaDai coltelli artigianali giapponesi alle affettatrici Berkel l'arte delle lame passa da sempre di qui. Un'attività conosciutissima in città iniziata con una mola ambulante e un mestiere tramandato da cinque generazioni
Più di un secolo di storia, quattro generazioni dietro lo stesso banco e una quinta che sta terminando gli studi e comincia già ad affacciarsi in negozio. Nei due punti vendita De Carlo, tra piazza Carignano e via Carlo Alberto, si trovano coltelli forgiati da artigiani giapponesi, affettatrici Berkel a volano, vasi Venini, articoli inglesi per la rasatura tradizionale e oggetti che altrove è difficile incontrare. Andrea De Carlo racconta oggi la storia di un’attività che attraversa cinque generazioni e affonda le sue radici nell’intuizione del bisnonno Achille, arrivato a Torino da Calalzo di Cadore facendo l’arrotino. Ma quando gli si chiede da chi abbia davvero imparato il mestiere, non ha dubbi...
Chi era suo padre Giorgio?
«Era una persona semplice e piuttosto severa. Non ricordo grandi discorsi o lezioni. Ho imparato osservandolo: il modo in cui accoglieva i clienti, l’attenzione che metteva nei dettagli più piccoli, il rispetto per il lavoro. Sono cose che ti restano addosso senza che nessuno debba spiegartele».
La vostra storia, però, comincia molto prima.
«Sì, con il bisnonno Achille. Arrivò a Torino come arrotino. Girava con la sua mola affilando coltelli e forbici, poi capì che poteva fare un passo in più. Aprì una bottega di coltellinaio sotto i portici di piazza Castello, al civico 91, e con il tempo altri negozi anche a Genova e Sanremo. Aveva un carattere intraprendente e una grande voglia di costruire. È stato lui a dare inizio alla nostra storia».
Conservate ancora qualcosa di lui?
«Sì, una piccola mola, simile a quella che portava con sé quando andava ad affilare gli utensili. Non ha un grande valore economico, ma per noi vale moltissimo perché racconta da dove veniamo».
È una memoria ancora molto viva in famiglia?
«Moltissimo. Siamo sempre stati una famiglia molto unita. Oggi siamo cinque cugini della quarta generazione e quando ci ritroviamo i racconti finiscono sempre per tornare al bisnonno, a mio padre e a chi ci ha preceduto. Adesso la quinta generazione sta terminando gli studi e ogni tanto si affaccia già in negozio. È bello vedere che questa storia continua».
Lei quando ha capito che il suo futuro sarebbe stato qui?
«All’inizio degli anni Novanta. Studiavo Economia, ma a un certo punto ho capito che quella era la mia strada e ho lasciato l’università. Il negozio ha sempre fatto parte della mia vita. Mi hanno sempre affascinato gli oggetti progettati bene. Per qualche anno organizzammo anche un’iniziativa dedicata agli appassionati di Alessi. Era un modo per ritrovarsi e condividere quella passione. Mi piace quando un oggetto riesce a coniugare funzionalità ed estetica».
C’è stata una decisione che suo padre prese e che allora sembrava rischiosa, ma oggi si è rivelata giusta?
«Sicuramente quella del 1987. Accanto alla coltelleria avevamo Hobbiland, un negozio di giocattoli molto conosciuto. Le pareti esterne erano rivestite di lavagne sulle quali i bambini potevano disegnare liberamente mentre i genitori facevano acquisti. Mio padre e suo fratello Piero decisero di chiuderlo e di aprire, in via Carlo Alberto, un punto vendita dedicato alla casa, al design e alle liste nozze. All’epoca sembrò una scommessa, invece si rivelò una scelta lungimirante».
Nel 1994 avete lasciato la sede storica di piazza Castello.
«Sì, dopo oltre ottant’anni ci siamo trasferiti in piazza Carignano. È stato un cambiamento significativo e, qualche anno più tardi, siamo riusciti anche ad acquistare l’immobile. Un passaggio che ha consolidato ulteriormente l’attività».
In oltre un secolo avete visto passare generazioni di torinesi. Che cosa è cambiato?
«Sono cambiate le abitudini d’acquisto, ma non la voglia di trovare un oggetto particolare. Spesso entrano giovani coppie che stanno mettendo su casa oppure clienti che cercano il ricambio di un servizio acquistato molti anni prima. È questo il bello del nostro lavoro: costruire rapporti che continuano nel tempo».
Tra i vostri clienti ci sono anche molti professionisti della cucina. Che cosa vengono a cercare?
«Una selezione molto ampia di coltelli e utensili. Abbiamo lame tedesche, coltelli realizzati da artigiani giapponesi, anche in acciaio damasco, oltre a tutto ciò che serve a chi lavora ogni giorno in cucina. Molti vengono anche per un consiglio o per l’assistenza: è un rapporto che si costruisce nel tempo».
Quali sono invece gli oggetti del desiderio dei clienti di oggi?
«Tra i più giovani, soprattutto gli uomini, c’è una grande passione per i barbecue Kamado e per le affettatrici Berkel a volano, diventate quasi oggetti da collezione. Per chi ama la tavola e il design, invece, i vasi Venini continuano a essere un punto di riferimento».
Un vostro reparto storico resta quello dedicato alla cura della persona.
«Sì. Gli articoli per la rasatura tradizionale fanno parte della nostra identità da sempre. Collaboriamo con un laboratorio artigianale piemontese che realizza e personalizza i manici dei pennelli da barba utilizzando anche legni pregiati. Ne ricordo uno inciso con una testa di cervo: era un pezzo unico. Accanto a questi proponiamo ancora una selezione di articoli per manicure, un settore che continua ad avere molti appassionati.»
Ci sono oggetti che raccontano meglio di altri la vostra storia?
«Sono tanti. Penso ai rasoi a mano libera, alle forbicine con il manico in madreperla, ai coltelli da bistecca artigianali con manico in avorio fossile oppure a un vecchio tagliacapelli manuale che incuriosisce sempre chi lo vede. Sono oggetti che raccontano un modo diverso di costruire le cose».
Nel 2024 avete ricevuto il Premio EPIC – Esercizi di Prossimità di Interesse Collettivo, nella categoria Tradizione. Che valore ha avuto per lei?
«Quello che mi ha colpito è il significato del premio. Non riguarda il successo di un’attività, ma il ruolo che un negozio può avere nella vita di una città. In oltre cent’anni sono passate da qui intere generazioni di torinesi. Essere riconosciuti per questo rapporto costruito nel tempo è stata una grande soddisfazione».
Che cosa le manca di più di suo padre?
«Il confronto. Mi manca poter chiedere un consiglio, anche per una decisione semplice. A volte penso ancora a che cosa mi avrebbe suggerito davanti a una vetrina da allestire».
Se oggi entrasse in negozio, quale sarebbe la prima cosa che guarderebbe?
«Credo i vasi Venini. Amava gli oggetti fatti bene, quelli nei quali si vede la mano dell’uomo. Sono convinto che si fermerebbe davanti a quelli
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6 settembre 2026
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