Ad essere onesti, anche i social (a volte) fanno informazione
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Ad essere onesti, anche i social (a volte) fanno informazione
di Diego De SilvaI social network svolgono – è evidente – una funzione per molti aspetti suppletiva della tv. Non che la televisione abbia perso il suo potere persuasivo e incantatorio che esercita sul cosiddetto pubblico generalista (quello che gli addetti ai lavori identificano principalmente negli spettatori dei programmi del primo pomeriggio, come se poi fosse meno generalista il pubblico che si lascia intortare da politici incompetenti e retrogradi che pontificano nei talk show di prima serata), ma è indubbio che in pochi anni, e con una progressione velocissima, la vecchia scatola dei sogni abbia dovuto cedere buona parte della sua leadership ai nuovi media. Se fino a – quanto? un anno fa? due? – un politico lasciava il suo commento sulla polemica del giorno a un micropassaggio di tg, con il traffico alle spalle e i passanti che sbirciavano verso il cameraman, ora preferisce affidarlo al video che si gira da sé col telefonino e che poi posta sui social, ben sapendo che il suo messaggio (che il più delle volte è un insulto lanciato o ricambiato, oppure un penoso slogan imparato a memoria) raggiungerà nell’immediato un numero di persone forse (e non è neanche detto) inferiore alla media di quelle che vedranno il telegiornale della sera, ma con il vantaggio della velocità e dell’anticipazione.
A ben vedere, o meglio a ben scrollare, a parte lo sperpero di parole a vanvera (di politici, ma non solo), i social qualche utilità la offrono. E non parlo solo della rapidità con cui diffondono notizie che sui media tradizionali arrivano dopo ore, ma della chiarezza con cui illuminano lo stato del paese reale. Perché sui social i gruppi sociali e le persone vengono fuori per quello che sono. Per quanto vogliano autorappresentarsi nella forma migliore, cercare d’infinocchiare chi li guarda, finiscono (spesso iniziano) per mostrare subito le proprie magagne.
Neanche l’intelligenza artificiale riesce più a fregare l’occhio come qualche mese fa: siamo tutti più sospettosi, pronti a emettere la condanna di falso al minimo dettaglio che sbugiardi la messa in scena (anzi, in rete).
E poi c’è la cronaca, che denuncia spietatamente quella parte marcia di società che commette quotidianamente azioni di bassissimo crimine e sfugge alla galera, perché le nefandezze che compie non sono (o non ancora) penalmente previste. Mi riferisco in particolare alla violenza sugli animali, di cui questa estate infernale è stata scenario quotidiano di abbandoni, ammazzamenti e sevizie che dovrebbero disgustare qualsiasi essere umano. È diventato praticamente impossibile scorrere la pagina di un social senza rimbalzare in una notizia di sadismo perpetrato sugli animali che certifica l’esistenza di una quota impressionante di bastardi (umani) capaci delle azioni più ignobili su creature soprattutto domestiche privi di possibilità di difesa e sconvolte dalla spietatezza di chi credevano li amasse o semplicemente non avesse ragione di arrecar loro dolore. Che gente simile – vigliacchi impotenti e frustrati indegni di vivere in un contesto civile – vada in giro libera, e venga al massimo colpita da una denuncia (sai quanto gliene frega), è uno sfregio alla sensibilità. Questo genere di violenza – anch’essa una violenza di genere, che va punita con il carcere, – non trova spazio sui media tradizionali.
I social stanno facendo informazione, in questo caso. Diamogliene atto.
A sabato prossimo.
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5 settembre 2026
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