L’amichevole rissa di Zuckerberg e la falsa uguaglianza della rete
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L’amichevole rissa di Zuckerberg e la falsa uguaglianza della rete
di Diego De SilvaPer la serie: «Le notizie di cui non potremmo proprio fare a meno», ovvero: « Questa sì che m’interessa! », veniamo a sapere dai giornali più quotati che Mark Zuckerberg, ovvero il presidente, Ceo e confondatore di Meta (ex Facebook Inc.), in questa estate che, non contenta di averci perseguitato H24 senza un fetente di Cessate l’Umido , continua a tenerci ai domiciliari con i condizionatori a palla, ha partorito la favolosa idea di assumere il campione di arti marziali miste (Mma) Merab Dvalishvili, detto «The Machine», per battersi amatorialmente con lui sulla piattaforma galleggiante su un lago della California. L’amichevole rissa, manco a dirlo, è stata documentata da un video visualizzato (si dice così, adesso: non si vede più, si visualizza) da settecentomila persone. Nel filmetto compare anche la signora Zuckerberg, Priscilla, che arriva su un kayak in amorevole ammirazione del marito strafigo (tipo Adriana con Rocky).
Sarebbe facile commentare la non-notizia con un bel: «Una volta questo genere d’informazione era appannaggio delle riviste di gossip, mentre oggi occupa le pagine neanche secondarie delle grande testate nazionali» (massì, basta con questa retorica, la distinzione moralistica fra serio e faceto, profondo e superficiale ha fatto il suo tempo). Più difficile – premesso che dei passatempi estivi dei miliardari non ce ne frega un’impalcatura di tubi, – è azzardare uno straccio di lettura di un fatterello così insulso. Per esempio, rilevare la perfetta equivalenza dell’automatismo della pubblicazione del match da parte del plurimiliardario creatore di Facebook e dell’ultimo sfessato che si autoposta mentre balla davanti allo specchio, racconta una barzelletta che non fa ridere o recita una (sua) poesia penosa impostando la voce. Il gesto è uguale. La vetrina social svolge la stessa funzione, per chiunque. Mark Zuckerberg in tenuta da lottatore dimostra all’utente social di essere animato dal medesimo desiderio di esibirsi e di contare (in senso propriamente informatico, dato che follower e visualizzazioni si contano) su un pubblico che gli tributerà la sua ammirazione, e insieme si sentirà accumunato nello stesso bisogno.
È la massificazione del successo su cui la rete ha costruito il proprio, e le sue incalcolabili fortune. Tutti siamo famosi perché lo siamo con gli stessi mezzi, a prescindere dal merito di ciò che diciamo o facciamo. Tutti possiamo avere un pubblico, che possiamo monitorare attraverso il counter dei follow (tant’è che ci mettiamo di malumore, se non ne guadagniamo di nuovi o ne perdiamo qualcuno).
Questa falsa, patetica uguaglianza che la rete ha venduto al mondo è la grande illusione collettiva del nostro tempo. Quella per cui, vedendo (anzi, visualizzando) uno dei più grandi capitalisti del globo fare fintamente a mazzate con un lottatore professionista, ci sentiamo di somigliargli un po’.
A sabato prossimo.
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22 agosto 2026 ( modifica il 22 agosto 2026 | 13:20)
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