Tullio Terni, il professore ebreo perseguitato due volte: «Oggi non siamo ancora al riparo dall’antisemitismo»
Il libro di Pierluigi Battista sullo scienziato padovano: «Nessuno ha parlato della sua storia fino al 1986 quando Rita Levi-Montalcini lo ha citato»
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Tullio Terni, il professore ebreo perseguitato due volte: «Oggi non siamo ancora al riparo dall’antisemitismo»
di Pamela FerlinIl libro di Pierluigi Battista sullo scienziato padovano: «Nessuno ha parlato della sua storia fino al 1986 quando Rita Levi-Montalcini lo ha citato»
Chi conosce Tullio Terni? È la domanda che Pierluigi Battista, scrittore, ha rivolto a molti conoscenti, raccogliendo sempre la stessa risposta: io no. Da questo vuoto la decisione di raccontarlo nel libro «Il professore ebreo perseguitato due volte» (La Nave di Teseo) presentato a Cortina d’Ampezzo a Una Montagna di Libri.
Chi è Tullio Terni, il professore di cui racconta nel suo libro?
«Uno scienziato ebreo di grande valore, morto suicida il 25 aprile del 1946. Collaboratore di Giuseppe Levi, padre di Natalia Ginzburg, tra i protagonisti di Lessico Famigliare. Come tutti i docenti ebrei dopo le leggi razziali del ’38 finì nelle liste di proscrizione e fu espulso dall’università di Padova, dove aveva la cattedra, dall’allora rettore Carlo Anti. Nessuno ha parlato della sua storia fino al 1986 quando Rita Levi-Montalcini non lo ha citato in un suo libro».
Perché dopo essere sopravvissuto alle persecuzioni nazifasciste si tolse la vita?
«A condannarlo, stavolta, fu la commissione epuratrice dell’Italia antifascista, che non lo riammise all’Accademia dei Lincei. La colpa: come tutti i professori italiani - tranne 12- aveva giurato fedeltà al fascismo e, per salvare se stesso e la famiglia, aveva cercato improbabili prove di arianità, di purezza del sangue da sottoporre al vaglio della Demorazza, l’ente che schedava gli ebrei. Vittima tre volte: come ebreo delle leggi razziali e come presunto colpevole della furia antifascista per essersi piegato al regime pur di sopravvivere. Ricordiamolo: moltissimi ebrei nel disperato tentativo di salvarsi cambiarono cognome e si convertirono per un certificato di battesimo».
E la terza ingiustizia di cui fu vittima?
«Quella del patto dell’oblio. Se nessuno conosce la sua storia è perché abbiamo voluto dimenticarla insieme a tutto il resto. Chi aveva avuto a che fare col fascismo e l’antisemitismo non voleva ricordare. I persecutori per non rispondere della propria colpa e i perseguitati per la vergogna e il dolore di rivivere l’orrore. Troppi liquami sarebbero tornati a galla. Lo stesso rettore Carlo Anti, nella sua nota di condoglianze, apprendendo che al povero Terni era toccata una fine inopinata e improvvisa, scrisse anche che si era trattato di paralisi cardiaca. Non di suicidio mediante cianuro - di cui si era procurato una fiala all’inizio della guerra, per potersi togliere la vita in caso di cattura da parte dei nazisti».
Anche di recente non sono mancati episodi di ostilità antisemita: nel Cadore un albergatore ha rifiutato la prenotazione da parte di due turisti di Tel Aviv e in alcuni atenei si è tornati a chiedere una presa di posizione su Israele, cosa ne pensa?
«Che non sono domande, sono intimidazioni! All’Università di Roma per diventare rettore occorre dichiararsi nemici dello “Stato genocida di Israele”. E non entro nel merito del termine genocidio, ci vorrebbe un altro articolo. Ma il passo per le liste di proscrizione è breve».
La critica a Israele – governo - é diventata ostilità verso gli ebrei come persone?
«È solo un pretesto per sostenere che gli ebrei sono colpevoli persino del proprio antisemitismo. Nessuno vieterebbe a un russo di entrare in un ristorante, a un ebreo sì. La questione palestinese non c’entra. Hamas, gli Houthi, Hezbollah, l’Iran attaccano Israele perché vogliono eliminare la presenza ebraica in Medio Oriente, e gli ebrei non dovrebbero difendersi!? L’Occidente che non vuole comprendere la natura del 7 ottobre, di fatto si rende complice. Nessuno dice che un quarto della popolazione israeliana è araba: vive, lavora, va all’università. Che i bambini palestinesi vengono curati negli ospedali di Gerusalemme. Che gli omosessuali palestinesi, se non riparano a Tel Aviv, in casa sono uccisi e perseguitati».
C’è antisemitismo anche nel linguaggio apparentemente neutro, che trasforma un turista italiano di religione ebraica in un ebreo di origine italiana?
«In un ebreo. Punto. A nessuno in realtà interessa la provenienza geografica».
Dove finisce il pluralismo e comincia la normalizzazione dell’odio?
«Nell’indipendentismo irlandese non c’era la soppressione della Gran Bretagna, quello basco non prevedeva la cancellazione di Madrid, nel Risorgimento Italiano non c’era l’idea di radere al suolo Vienna. È la differenza tra un movimento indipendentista e una guerra di religione islamista che vuole annientare la presenza ebraica in Medio Oriente. From the River to the Sea, cosa crede che significhi? Chi grida questo slogan non ha cognizione della geografia e di certo non crede in due popoli due Stati. E non sa che uno stato di Palestina non è mai esistito. Un abisso di ignoranza».
I social e l’intelligenza artificiale hanno un ruolo nella bolla comunicativa e nella diffusione dell’antisemitismo?
«Fino a un certo punto. L’olocausto fu possibile anche senza i social media. Oggi l’antisemita esce più facilmente dall’isolamento e il tabù dell’antisemitismo si è infranto. Il lessico antisemita è pervasivo e ubiquitario, attraverso stereotipi e luoghi comuni insinua il germe della giustificazione all’odio».
Ricordare la vicenda di Terni non è voyeurismo postdatato, ma un modo per ricomporre una coscienza degna di una società che voglia dirsi civile?
«Magari avessi una ricetta. Posso dire di essere testardi e ostinati. L’ondata è quella che è, bisogna creare qualcosa che riesca a contenerla - come a Venezia il MOSE, che ha salvato la città dall’acqua granda. Non dissolve l’onda melmosa, ma la contiene. È una battaglia da fare, non bisogna dargliela vinta, non dobbiamo finire sommersi, ma salvarci».
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