Quei giovani in chiesa nella città deserta
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Quei giovani in chiesa nella città deserta
di Fortunato CerlinoIl cielo è limpido, il sole cade a picco sulle pietre medievali, che restituiscono un calore insopportabile. L’aria è immobile, pesante. Il cinese che ripara telefoni ci ha detto che ci vorrà almeno un’ora. Io e mia moglie camminiamo per le vie del centro storico di Viterbo cercando un posto dove bere qualcosa o semplicemente trovare un po’ d’ombra.
Per strada non c’è nessuno, o quasi. Le serrande abbassate dei ristoranti e dei bar danno alla città un aspetto spettrale. Qualche turista, cappello di paglia e sandali con i calzini, procede pigramente sotto il sole. Un paio di italiani attraversano una piazza, poi spariscono dietro un vicolo. Per il resto incontriamo soprattutto stranieri che, approfittando della fuga dei residenti, hanno trovato qui affitti più ragionevoli rispetto a Roma.
In lontananza compare una fontanella. Un miraggio. Ci avviciniamo. Sul cartello c’è scritto: acqua non potabile. Continuiamo a cercare.
Poi succede qualcosa.
Da una chiesa arriva un coro. Una potente voce baritonale, amplificata dalle arcate, lo guida. Chitarre, percussioni profonde e tamburelli tintinnanti accompagnano i canti liturgici. Entriamo.
La differenza con quello che abbiamo appena lasciato fuori è quasi violenta. Se la città è immobile, sospesa, moribonda, dentro tutto vibra, danza. Le pareti della chiesa, di pietra e marmi bianchi, riflettono la luce abbagliante che entra dalle finestre creando giochi di luce quasi estatici. Una lama di sole brilla negli occhi di una Madonna che schiaccia il serpente. Davanti all’altare ci sono una trentina di ragazzi, tra i diciotto e i venticinque anni. Le loro voci limpide si alternano e si amalgamano a quella potente e teatrale del ministro di Dio. Salgono verso la cupola, rimbalzano sulle arcate e ritornano verso il basso con una forza che mette i brividi. Rimbombano nel petto, nella pancia.
Spalancano le emozioni fino alle lacrime. Io e mia moglie prendiamo timidamente posto tra le panche. Ci scambiamo sguardi increduli. Non avevamo mai assistito a qualcosa del genere. L’atmosfera è intensa, quasi ipnotica. Qualcuno tra i ragazzi si accorge di noi. Ci osserva di sfuggita, poi torna a immergersi nella celebrazione. La messa prosegue. Anche alcuni passi del Vangelo vengono cantati dal sacerdote e dal coro. Arriva il momento della comunione. Il prete alza al cielo un’ostia consacrata insolitamente grande. Il sangue di Cristo, versato in diversi enormi calici, viene distribuito anche ai ragazzi. Alcuni ministranti si muovono tra i fedeli.
A ogni sorso ripiegano candide tovagliette di lino e puliscono il bordo dei calici. Tutto si svolge in silenzio, con una partecipazione intensa. Eppure io e mia moglie, senza capirne la ragione, avvertiamo una certa tensione nell’aria. La percepiamo negli sguardi fugaci, nelle teste chine, nelle mani strette in preghiera, in un colpo di tosse trattenuto.
Quando la celebrazione sembra conclusa, tutti si siedono. Sul pulpito sale un uomo sulla quarantina, vestito in abiti comuni. Guarda i presenti uno per uno. Sorride. Batte leggermente sul microfono, si schiarisce la voce. Il tono è deciso, sicuro.
«Ed eccoci giunti all’ultima tappa del nostro pellegrinaggio».
Parla lentamente, alternando le parole a lunghe pause.
«Abbiamo percorso chilometri a piedi, attraversato città. Visitato luoghi sacri. Ma è qui che ci stavamo dirigendo».
Qualcuno tra i ragazzi guarda a terra. Qualcun altro si volta verso il compagno seduto accanto.
«Questo è il momento più importante dell’intero cammino. Forse... anzi, senza forse, questo è il momento più importante delle vostre vite».
Una ragazza, probabilmente la più giovane del gruppo, guarda me e mia moglie. Per qualche secondo i nostri occhi si incontrano. Poi sorride, tesa, e torna a guardare davanti a sé. L’uomo al microfono fa riferimento alla storia di una suora, raccontata evidentemente prima del nostro ingresso in chiesa.
«Tutti ci siamo emozionati ad ascoltare la storia della sua chiamata. Del suo sacrificio. Della sua santità».
Si ferma. Guarda nuovamente i ragazzi, uno dopo l’altro.
«Anche per voi è arrivato il momento della risposta».
Io e mia moglie abbiamo la netta impressione che in chiesa non soffi più un filo d’aria. Come se tutti quei ragazzi, all’unisono, avessero smesso di respirare.
«Se anche voi avete sentito, in questi giorni, la voce del Signore, questo è il momento di rispondere».
Silenzio.
«Cominceremo dagli uomini».
Passano alcuni attimi interminabili. L’uomo al microfono continua a scrutare i presenti. Nessuno si muove.
Poi un ragazzo, straniero, di colore, alza lentamente la mano. Gli occhi bassi, le spalle leggermente incurvate. Più che rispondere alla chiamata di Dio, sembra quasi chiedere il permesso di esistere. Gli altri giovani rimasti seduti esplodono in un applauso. Con entusiasmo. Troppo. L’uomo al microfono ringrazia il ragazzo chiamandolo per nome.
«E ora tocca alle ragazze».
Di nuovo il silenzio. L’ultima eco dell’applauso si perde nel vuoto della chiesa. Passano alcuni secondi. Troppi. Nessuna si alza.
Il prete che aveva celebrato la messa si alza dalla poltrona sacerdotale e riprende la parola. Il candore che lo aveva accompagnato durante la funzione è scomparso.
«Certo che siete toste, voi donne...».
Accenna un sorriso. Teso.
«Io so che almeno due di voi sono state chiamate dal Signore. Lo dico sul serio. Non dico sei o sette, per non sembrare esagerato. Ma almeno due, sì. Spero che la prossima volta siano pronte a rispondere».
Poi comincia a rimettere a posto gli oggetti liturgici. I ragazzi si alzano e lo aiutano. Troppo in fretta. L’uomo al microfono invita tutti a partecipare al pranzo che seguirà. Pochi minuti dopo la chiesa si svuota.
Fuori, Viterbo è ancora immobile. Il sole continua a bestemmiare sulle pietre della città. Io e mia moglie riprendiamo a percorrere le strade deserte senza dire una parola. Poi arriva la nostra chiamata. Il cinese ha riparato il telefono.
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