Il saggio «Mai più» di Anna Foa: «La critica politica all’occupazione israeliana è necessaria e condannare lo sterminio a Gaza non è antisemitismo»
Corriere della Sera - Cultura

Il saggio «Mai più» di Anna Foa: «La critica politica all’occupazione israeliana è necessaria e condannare lo sterminio a Gaza non è antisemitismo»

Venerdì 21 agosto 2026
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Il saggio «Mai più» di Anna Foa: «La critica politica all’occupazione israeliana è necessaria e condannare lo sterminio a Gaza non è antisemitismo»

di Silvia M. C. Senette

​La storica voce libera dell’ebraismo in Italia (e figlia di Vittorio Foa) presenta il suo nuovo libro in due appuntamenti a Bolzano e a Merano

«Ciò che mi ha reso più dura nei miei scritti, è stata la fame indotta. Come si può usarla come strumento di guerra su bambine e bambini? È lì che ho accettato il termine genocidio per quanto riguarda la tragedia di Gaza». Anna Foa, storica e voce libera dell’ebraismo italiano, arriva in Alto Adige in due incontri, martedì 25 agosto alle 18.30 alla Nuova Libreria Cappelli di Bolzano e mercoledì 26 agosto alle 21 al Pavillon des Fleurs di Merano per «Appuntamento a Merano», presenterà il nuovo saggio «Mai più» (Laterza).

Professoressa Foa, nel nuovo libro denuncia il comportamento del governo israeliano tra le critiche alla politica di Netanyahu e l’antisemitismo. Come si scardina questa trappola?
«La critica alla politica di occupazione e alla violenza del governo israeliano, forse il più estremo e nazionalista della sua storia, è una critica politica necessaria. L’antisemitismo è un’altra cosa: è il pregiudizio, lo stereotipo della lobby ebraica che governa il mondo. La confusione creata dal governo israeliano, che assimilando tutti gli ebrei della diaspora alle proprie scelte cerca di arruolarli in una difesa acritica, rappresenta un suicidio politico. Criticare lo sterminio a Gaza non è antisemitismo. Bisogna evitare di confondere l’antisionismo, inteso come opposizione alle scelte di Netanyahu, con l’odio anti-ebraico, che trova invece spinta nella disinformazione o nella malafede».

Di fronte alla scomparsa dei testimoni diretti, come si trasmette un «Mai più» che non sia solo memoria burocratica?
«Non separando l’antisemitismo dalle altre forme di razzismo. L’antisemitismo moderno nasce nel contesto razziale dell’Ottocento europeo: pensarlo come una categoria superiore, tollerando al contempo altri pregiudizi, è un paradosso inaccettabile. Non si possono stilare gerarchie tra i genocidi, come quello subito da Rom e Sinti, troppo spesso dimenticato. Soprattutto va fermato l’uso indecente della Shoah come giustificazione per le azioni belliche attuali. Agli studenti nelle scuole bisogna spiegare che la memoria è responsabilità individuale e collettiva».

Nella tragedia di Gaza, nota nelle donne lo stesso ruolo che ha studiato nell’Olocausto?
«In una situazione in cui operano lo sterminio e il blocco degli aiuti medici, le immagini ci mostrano donne che tentano disperatamente di proteggere i propri figli. Non c’è un movimento strutturato, ma la volontà chiara di rifiutare la vendetta e chiedere un futuro di pace, in cui bambine e bambini possano crescere senza distinzioni di cittadinanza o di colore della pelle».

Lei è figlia di Vittorio Foa, tra i padri fondatori della Repubblica e della partigiana Lisa Giua: quale la sua eredità familiare più preziosa?
«L’insegnamento che la storia e la politica sono cose serie, legate alla responsabilità individuale. Mio padre raccontava la prigionia antifascista e l’impegno di mia madre. Da loro ho appreso che ciascuno di noi deve combattere il male fin dalle prime manifestazioni, come il bullismo scolastico, dove nasce la contrapposizione tra “noi” e “loro”. Nessuno è impossibilitato ad agire: anche un singolo mattoncino contribuisce a costruire la democrazia».

Lei ha abbracciato l’ebraismo a quarant’anni. Come concilia la norma religiosa con il rigore di storica laica?
«A quarant’anni ho scoperto di non essere ebrea secondo l’ortodossia, che riconosce solo la discendenza materna. Ho fatto un percorso di conversione con il rabbino Toaff, ma nel tempo mi sono riavvicinata a una dimensione pienamente laica. Frequentando Israele ho compreso che chi condivideva la mia visione del mondo non era religioso e quel bisogno di misurarmi con le regole formali si è placato».

In tempi di slogan social, come si spiegano termini come genocidio e antisionismo?
«Sgombrando il campo dagli estremismi di entrambe le parti: chi grida all’antisemitismo di fronte a ogni critica e chi invoca la distruzione di Israele. Serve uno sforzo educativo rigoroso per evitare che concetti analitici vengano trasformati in armi di propaganda».

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