Il gran ballo delle illusioni
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Il gran ballo delle illusioni

Venerdì 21 agosto 2026
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Tra egoismi nazionali e angosce elettorali l'Europa rischia di diventare marginale

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Il gran ballo delle illusioni

Paolo Valentino | 21 agosto 2026

Tra egoismi nazionali e angosce elettorali l'Europa rischia di diventare marginale

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Al grande ballo dei nazionalismi, l’Europa appare come Norma Desmond, la diva di Viale del Tramonto che non voleva guardare in faccia la realtà e viveva rinchiusa nel castello delle sue illusioni. Stretta tra la mediocrità di una Commissione pavida e servile, e la miopia di governi ormai attenti solo ai loro cicli elettorali interni, l’Unione europea si squaglia in una torrida estate nella quale sembra aver smarrito ogni istinto solidale e idea di futuro.
Innescata dall’episodio di Ceuta, grave e doloroso ma di fatto chiusosi in meno di tre giorni, una crisi migratoria virtuale, fatta essenzialmente di minacce e gesti polemici, espone i nervi fragili dell’Ue, produce alleanze ibride con buona pace delle affinità ideologiche, ma soprattutto certifica l’incapacità dei governi europei di pensarsi e agire come parti di un tutto, di fronte alle grandi sfide del tempo.

Dopo Germania, Svizzera, Austria, Finlandia e Svezia, ieri anche l’Olanda si è aggiunta alla lista dei Paesi, che annunciano di voler rispedire in Italia i cosiddetti «dublinanti», quei richiedenti asilo che dopo essere approdati nell’Unione attraverso il nostro Paese, sono poi emigrati in un altro Stato comunitario.
Ha sicuramente ragione il governo di Roma a negare che si tratti di una «ripicca» per aver sospeso l’accordo di Schengen contro la Spagna dopo i fatti di Ceuta, non foss’altro perché né Madrid, né Parigi si sono unite a quella lista. Ma questo cambia poco rispetto al fatto che quella decisione italiana rimane un errore tattico. Come ha notato Anne Applebaum su The Atlantic, l’arrembaggio di Ceuta è stato un gigantesco diversivo, amplificato ad arte attraverso i social media e diretto non tanto contro la Spagna quanto contro l’Europa e le sue istituzioni democratiche. Per questo avrebbe richiesto uno scatto di solidarietà europea. Anche al netto di critiche verso le politiche migratorie di Madrid.

Ma se Ceuta è ormai il passato, la sua onda anomala si abbatte oggi sulla fortezza Europa, che pensavamo di aver reso inespugnabile con il nuovo «Patto europeo sui migranti» e invece riscopriamo fragile, in preda al panico e soprattutto squassata dagli egoismi nazionali. Gli annunciati rimpatri dei dublinanti sono soltanto una delle prove. Al fondo c’è l’equivoco di un accordo, negoziato per sei anni e in forza dallo scorso giugno, che da un lato introduce l’«obbligo di solidarietà» sulla distribuzione dei profughi che si presentano alle frontiere esterne dell’Unione, ma dall’altro, come ha ben spiegato Giuseppe Sarcina su queste pagine, inserisce tanti e tali di quei correttivi da svuotarlo del tutto o quasi di significato, affidandosi in ultima analisi ancora alla discrezionalità dei governi. I quali, nel peggiore dei casi, potranno mettersi a posto la coscienza nei confronti del Paese «sotto pressione» con appena 20 mila euro per migrante, il prezzo del disonore.

Ben oltre un Patto senza qualità, sconcerta lo Zeitgeist, lo spirito del tempo sempre più permeato di nazionalismo, che sta lentamente ma costantemente erodendo le fondamenta del progetto europeo. Su nessuno dei grandi temi della contemporaneità, l’Europa di oggi cerca, tantomeno produce, riflessioni e soluzioni comuni. Addirittura, in alcuni casi come l’agenda verde le smantella, ormai schiava di un «whatever it takes» alla rovescia dove la permanenza o la riconquista del potere appaiono l’unica bussola per orientarsi. Né, alla prova dei fatti, vale molto l’argomento che un’agenda nazionalista serva a togliere voti e consensi all’estrema destra radicale, ma di questo parleremo dopo le elezioni del 6 settembre nel Land tedesco della Sassonia-Anhalt, dove AfD potrebbe ottenere una maggioranza assoluta.

Nel caso delle migrazioni, dovremmo pensare e agire come un solo Paese, con una popolazione che invecchia e in calo demografico, dove per la prima volta nella sua storia recente «la crescita non sarà supportata da una popolazione in aumento», come ha scritto Mario Draghi nel suo rapporto, tanto osannato quanto ignorato. «Dovremmo incoraggiare l’immigrazione regolare nel nostro spazio unico e tenere una linea dura contro i clandestini, perché lo sanno tutti che i rimpatri non potranno avvenire», dice un ex ministro europeo. E dovremmo anche tornare a investire nello sviluppo, rovesciando una tendenza che nel 2025, sull’onda dell’America di Trump, ha visto Germania, Francia e le istituzioni europee ridurre di oltre il 10% i loro aiuti. Tra il 2017 e il 2024, per rimanere in tema, il Marocco ha visto ridotta l’assistenza allo sviluppo da 2,83 miliardi di dollari a poco più di 1 miliardo.

Dovremmo. Ma è improbabile che lo faremo. Invece, come Norma Desmond, l’Europa rischia di scendere le scale illudendosi di essere nuovamente al centro del mondo, in realtà negletta e marginale. Se poi vogliamo scomodare François Mitterrand, uno di quei leader di cui oggi sentiamo la mancanza, allora dovremmo anche ricordarci che «il nazionalismo è la guerra».

21 agosto 2026

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