Dal libro al palco, Mannocchi porta Gaza a teatro: «Infanzia negata, esilio e apatia: questo porta il conflitto»
Corriere della Sera - Cultura

Dal libro al palco, Mannocchi porta Gaza a teatro: «Infanzia negata, esilio e apatia: questo porta il conflitto»

Venerdì 21 agosto 2026
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La scrittrice e giornalista sarà a Trento con la pièce nata dall’incontro con il compositore D’Erasmo e tratta dalla sua opera «Crescere la guerra»

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Dal libro al palco, Mannocchi porta Gaza a teatro: «Infanzia negata, esilio e apatia: questo porta il conflitto»

di Sara Santolini

La scrittrice e giornalista sarà a Trento con la pièce nata dall’incontro con il compositore D’Erasmo e tratta dalla sua opera «Crescere la guerra»

Cosa «cresce» nella società e nelle persone quando la guerra entra nelle case, nelle scuole, nelle memorie e perfino nel linguaggio? È la domanda da cui parte «Crescere, la guerra», il progetto nato dall’incontro tra la giornalista e scrittrice Francesca Mannocchi e il musicista Rodrigo D’Erasmo. La pièce il 27 agosto arriva a Trento, al Teatro Capovolto (inizio alle 21.15). Sul palco parole, musica e immagini testimonianza da Gaza, Afghanistan, Siria e altri luoghi attraversati dai reportage di Mannocchi, che entrano nella pièce attraverso storie di persone, famiglie, esili, case perdute, infanzie interrotte. La guerra non è soltanto un evento militare, ma soprattutto ciò che lascia nella vita quotidiana. Il 24 marzo è uscito il libro di Francesca Mannocchi con lo stesso titolo «Crescere, la guerra» (Einaudi), mentre il tour porta con sé anche il vinile ufficiale, registrato dal vivo all’Auditorium Parco della Musica di Roma. Due forme differenti di narrazione, ma saldamente legate dal filo della stessa esigenza: continuare a interrogare le parole con cui si racconta la guerra.

Mannocchi, perché ha scelto il titolo «Crescere, la guerra»?
«La contraddizione tra il verbo crescere e la parola guerra è solo apparente ed è proprio quello che volevo far emergere. La virgola è una sospensione che dice a noi che scriviamo: fermati, rifletti sull’uso delle tue parole e domandati cosa cresce in guerra. La risposta è che a crescere è l’infanzia negata, senza diritto allo studio, alla sicurezza, la perdita di dignità e l’esilio, oltre ai semi delle guerre di domani. Volevamo inoltre osservare tutto quello che cresce quando smettiamo di guardare le guerre. Ci siamo così accorti che crescono canoni e paradigmi: l’uso della tortura, ad esempio, che diventa tollerato».

Lei lavora da anni sull’importanza di usare le parole giuste quando si parla di guerra. Che cosa ha imparato sui limiti del linguaggio?
«Dopo l’Ucraina siamo immersi in una quantità enorme di informazioni sulla guerra, anche perché è un conflitto che ha coinvolto le nostre vite per una evidente prossimità geografica: prima i racconti erano più episodici, oggi le guerre in Ucraina e Medio Oriente entrano nella narrazione quotidiana e per questo le parole sono più delicate. Mi interessano quelle che chiamo “parole senza destino”: mi chiedo che cosa faccia il loro uso spregiudicato, ma “stanco”, ossia che non lascia spazio alla riflessione sul perché delle cose. Pensiamo a terrorista, usato anche per un minorenne che ha imbracciato le armi: le parole nette, che dividono la realtà in maniera dicotomica, non restituiscono la complessità di quanto accade».

Che cosa spera accada in chi guarda la pièce?
«Noi siamo scomodi sul palco, nel raccontare le storie e nel mostrare alcune immagini a tutto schermo. Chiediamo a chi guarda di stare scomodi a loro volta e di non riuscire a digerire le cose: vorremmo che ciò che accade sulla scena continuasse a lavorare nella testa anche dopo».

In Trentino ha fatto discutere la vicenda della bandiera palestinese esposta al Rifugio Marchetti sul monte Stivo. La Sat ha chiesto di rimuoverla, ma il gestore ha risposto che non la toglierà e che la considera un segno di solidarietà verso il popolo palestinese. Che cosa pensa di questa vicenda?
«Penso che stiamo parlando di una guerra molto sentita perché quella di Gaza è la tragedia di massa più grande cui abbiamo assistito. Per molto tempo i Paesi europei hanno rifiutato di reagire davanti ad altre tragedie, mentre le piazze per la Palestina si sono mosse, e quando la popolazione si muove per la giustizia per me è sempre un bene. A chi dice che ci sono altri genocidi in corso cui dimostrare solidarietà rispondo che solo in questo caso siamo alleati politici di chi sta facendo la guerra».

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21 agosto 2026

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