Vince solo chi si aggiorna e osa
Tecnologie: invece di normare e frenare mettiamo imprese e persone in condizione di lavorare creando spazi per sperimentare
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Ferruccio Resta e Francesco Ubertini | 21 agosto 2026Tecnologie: invece di normare e frenare mettiamo imprese e persone in condizione di lavorare creando spazi per sperimentare
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Nello sport, come nell’economia, i numeri non registrano soltanto performance: raccontano traiettorie, limiti, possibilità. Prendiamo l’atletica, di cui stiamo festeggiando in questi giorni grandi risultati. Per decenni i record del salto in alto sono rimasti quasi immutati, scolpiti in una fisiologia che concede margini infinitesimali di progresso. Quello maschile, 2,45 metri, resiste dal 1993; quello femminile è stato aggiornato solo di recente, dopo quasi quarant’anni. Poi c’è il salto con l’asta. Stesso obiettivo, superare un limite in altezza, ma dinamica completamente diversa. Qui i primati cadono con una frequenza impressionante; Duplantis li ha riscritti quattordici volte in cinque anni, spingendosi fino a 6,30 metri.
La differenza non risiede nella dedizione degli atleti né nella loro fibra muscolare, ma nello strumento. L’asta amplifica, moltiplica, trasforma e consente ciò che le sole gambe non potranno mai raggiungere. E questa, oggi, è l’immagine più fedele della sfida industriale. Continuare a fare impresa basandosi solo sulla «forza» dell’azienda, che sia la tradizione, il marchio o la mera capacità produttiva, equivale a cercare nuovi record nel salto in alto. Un esercizio nobile, ma con spazi di miglioramento ormai esigui. Del resto, il mercato contemporaneo non chiede più di saltare un po’ più in alto, chiede di cambiare disciplina, perché la soglia della vittoria si è alzata oltre ciò che lo sforzo tradizionale può garantire. Per le imprese lo strumento è uno soltanto, la tecnologia: non un accessorio, ma la condizione sine qua non per restare in gara.
Di che materiale è fatta, allora, questa leva?
Fuor di metafora, parliamo di dati e di intelligenza artificiale. Qui serve fare un’operazione di verità per sgombrare il campo dai luoghi comuni, perché non ci stiamo riferendo all’ennesimo LLM generalista, chiamato a sfidare i giganti della Silicon Valley, bensì ai dati proprietari delle nostre filiere, dei nostri macchinari, dei processi produttivi, del know-how custodito nelle nostre PMI. Il vero balzo di qualità non consisterà nel chiedere a un chatbot di scrivere un’e-mail, ma nell’integrare l’AI per prevedere guasti, ottimizzare la logistica in tempo reale e personalizzare l’offerta. L’Italia, in questo, ha un vantaggio rilevante perché l’AI è una tecnologia che può essere «artigianale», custom-made, e la capacità di adattamento del nostro tessuto imprenditoriale è, paradossalmente, la qualità migliore per addestrare modelli verticali, specifici, sartoriali, spesso più efficaci dei grandi modelli di base.
Passare però dal salto in alto al salto con l’asta non è affatto semplice. Non basta acquistare una nuova attrezzatura; l’atleta deve cambiare preparazione, perché se prova a usare l’asta con la vecchia tecnica rischia solo di farsi male.
Nelle imprese accade esattamente la stessa cosa. Introdurre nuove tecnologie non serve, se le persone continuano a operare secondo schemi e capacità maturate in un altro contesto. Occorre formarle a porre le domande giuste, a gestire la transizione, a non subirla e, soprattutto, a guidarla. In definitiva, è una questione di competenze.
Eppure, mentre è sempre più evidente che la partita si giochi sulle competenze, siamo troppo concentrati sul regolamento di gara, prima ancora che gli atleti imparino a saltare. L’ipertrofia normativa finisce per preoccuparsi più di sanzionare chi tocca l’asticella che di creare le condizioni per tentare davvero il salto, mentre americani e cinesi sono già in pedana a battere record su record. È un approccio difensivo, fondato su una precauzione assoluta che sostituisce il rischio d’impresa e produce un paradosso fin troppo chiaro, con competizioni sempre più sicure e regolate ma senza alcun atleta europeo sul podio.
La priorità non può essere frenare o normare ciò che è ancora ipotetico. Dobbiamo invece mettere imprese e persone nelle condizioni di lavorare sul concreto, creando spazi in cui ci si possa davvero allenare, sperimentare, sbagliare, aggiustare la rincorsa senza trasformare ogni errore in una colpa. Questo riguarda soprattutto le generazioni più giovani, che portano flessibilità mentale e rapidità di apprendimento. Se non diamo loro responsabilità vere e la possibilità di misurarsi con salti reali, la nostra asta resterà un attrezzo inutilizzato. In fondo, la sfida è questa: smettere di discutere all’infinito su dove posizionare l’asticella e iniziare a correre per provare a superarla. Perché, è bene ricordarlo, la gara della competitività non si fermerà ad aspettarci.
21 agosto 2026
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