Il nuovo caccia per la difesa europea
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Il nuovo caccia per la difesa europea

Venerdì 21 agosto 2026
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Fallito il progetto franco-tedesco, ne potrebbe derivare un progresso concreto nella costruzione di una capacità autonoma di difesa fra i Paesi europei che vede impegnata l'Italia

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Il nuovo caccia per la difesa europea

Antonio Armellini | 21 agosto 2026

Fallito il progetto franco-tedesco, ne potrebbe derivare un progresso concreto nella costruzione di una capacità autonoma di difesa fra i Paesi europei che vede impegnata l'Italia

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Il ritiro dal progetto franco-tedesco per il caccia di sesta generazione FCAS, annunciato dal Cancelliere Merz, ha segnato una battuta d’arresto nella cooperazione fra i due Paesi e mostrato quanto sia difficile collaborare con un governo francese molto attento ai desiderata del suo «campione nazionale» Dassault. Per una sorta di eterogenesi dei fini, ne potrebbe tuttavia derivare un progresso concreto nella costruzione di una capacità autonoma di difesa fra i Paesi europei, di cui molto si parla e troppo poco si fa.
Per questo nuovo aereo, che i militari chiamano «piattaforma» (perché proprio di una piattaforma che vola si tratta, dotata di una massa incredibile di strumentazione per il comando e controllo delle operazioni sia in aria che sul terreno) sono in lizza, oltre al FCAS, un progetto italo-anglo-giapponese, GCAP, e un altro, embrionale, svedese. Tutti in attesa del via definitivo. Gli americani invece la scelta l’hanno fatta e il loro F47 è in fase di avanzata realizzazione.

Hanno potuto farla, perché Washington ha deciso a un certo punto di porre fine alla concorrenza acerrima fra i diversi costruttori e optato per la proposta della Boeing, cui gli altri si sono uniformati. In Europa non esiste un analogo potere di governo unitario e la competizione fra i vari Paesi si trascina in un gioco estenuato di trattative e veti incrociati. I costi della nuova piattaforma sono giganteschi e pensare che l’Europa possa portare avanti più di un progetto è fuori da ogni ragionevole realtà. Non solo per il peso finanziario spropositato per qualsiasi bilancio nazionale, o per l’impegno in termini di ricerca e innovazione che travalica le singole capacità dei Paesi, ma perché le dimensioni del suo mercato saranno forzatamente limitate e vi sarà spazio solo per due o al massimo tre aerei, tenendo conto della Cina.
 
Se la Germania dovesse ora decidere di unirsi agli sforzi italo-britannici e giapponesi, si arriverebbe ad un’unica piattaforma europea, molto competitiva in termini tecnologici e di mercato, con due Paesi fondatori dell’UE, un Paese non più membro ma vicino a un rientro di fatto, e il Giappone, la cui partecipazione sarebbe in linea con l’evoluzione degli equilibri internazionali e aprirebbe le porte del mercato asiatico. Dopo avere a lungo pensato di chiamarsi fuori (la British Aerospace è tradizionalmente legata a collaborazioni americane piuttosto che europee), Londra ha confermato un investimento che rilancia il GCAP e dovrebbe superare le apprensioni di Tokyo sulla sua sostenibilità. 

In Italia continua la campagna negativa sulla difesa europea, ma per Leonardo si tratta di un’occasione storica. Resta la Germania, dove le pressioni americane si fanno sentire e la scelta resta in sospeso. Se ne verremo a capo non sarà ancora la difesa comune europea, ma un passo avanti significativo sì. È bene essere ottimisti; in caso contrario l’Europa resterà (assai onerosamente) dipendente dall’F47 americano, cui potrebbe aggiungersi un prodotto nazionale della grandeur francese, che sarebbe una meraviglia tecnologica e una voragine finanziaria.

Guardando ai due percorsi, americano ed europeo, la lezione appare chiara. Senza un centro di imputazione comune tendenzialmente federale, parlare di politica europea di sicurezza e difesa resterà un mero esercizio retorico. La realtà internazionale spinge in direzione contraria; non è (e non sarà a lungo) immaginabile seguirla insieme con tutti i Ventisette membri dell’UE ed è gran tempo di ribadire che la costituzione di gruppi più ristretti, capaci di mantenerne la dinamica dell’integrazione senza farsi troppo spaventare dal termine «sovranazionale», è condizione essenziale della sua sopravvivenza. Se non sarà possibile, non per questo l’Europa svanirà ma diventerà - quella della sicurezza come quella dell’economia - vieppiù marginale. «Viva la Franza, viva la Spagna» con quel che segue…

21 agosto 2026

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