Giustizia linguistica e internazionalizzazione degli atenei
Studi condotti in Italia, Svezia e Austria indicano che l’uso di una lingua straniera nell’istruzione universitaria può ridurre la comprensione e il rendimento rispetto all’impiego della lingua materna, con possibili effetti negativi sulla qualità della trasmissione del sapere e sulla formazione del capitale umano
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Giustizia linguistica e internazionalizzazione degli atenei
Michele Gazzola * | 21 agosto 2026Studi condotti in Italia, Svezia e Austria indicano che l’uso di una lingua straniera nell’istruzione universitaria può ridurre la comprensione e il rendimento rispetto all’impiego della lingua materna, con possibili effetti negativi sulla qualità della trasmissione del sapere e sulla formazione del capitale umano
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L’editoriale di Renato Mazzoncini, «Apriamo gli atenei al mondo», pubblicato sul Corriere della Sera il 17 agosto 2026, ha il merito di porre il tema del ruolo delle università italiane nell’attrarre immigrazione qualificata. Secondo questa prospettiva, aumentare gli studenti stranieri favorirebbe la crescita economica e contribuirebbe a contrastare il declino demografico; da qui la proposta di estendere rapidamente l’inglese come lingua d’insegnamento, anche nelle lauree triennali.
Questa ricetta, tuttavia, non appare sostenuta da solide evidenze empiriche. Studi condotti in Italia, Svezia e Austria indicano che l’uso di una lingua straniera nell’istruzione universitaria può ridurre la comprensione e il rendimento rispetto all’impiego della lingua materna, con possibili effetti negativi sulla qualità della trasmissione del sapere e sulla formazione del capitale umano. Il valore culturale dello studio all’estero resta indiscusso; più problematico è invece l’uso dell’inglese tra studenti e docenti che condividono la stessa lingua materna.
Vi sono inoltre indicazioni secondo cui l’insegnamento esclusivamente in inglese può favorire l’espatrio dei laureati anziché il loro inserimento nel sistema produttivo italiano. Questo solleva anche un problema di giustizia sociale: le università pubbliche nell’Europa continentale sono in larga parte finanziate dai contribuenti, e l’investimento collettivo produce un ritorno soprattutto se gli studenti stranieri restano nel Paese dopo la laurea. Non basta quindi attrarli; occorre creare le condizioni perché vivano, lavorino e si integrino in Italia.
Per questo è essenziale che studenti (e docenti) internazionali acquisiscano rapidamente una solida conoscenza dell’italiano. Non bastano i corsi serali di italiano, se la vita sociale ed accademica (e l’apericena) degli studenti internazionali resta confinata in una «bolla linguistica» anglofona. Serve una vera immersione nello studio e nella pratica professionale in italiano, affinché i laureati possano comunicare con colleghi, pazienti, clienti e pubblica amministrazione.
Chi desidera corsi interamente in inglese può naturalmente sceglierli, ma si potrebbe discutere se il loro costo debba essere sussidiato dai contribuenti. In tal caso, sarebbe coerente far pagare allo studente il costo reale della formazione, diciamo fra 10.000 e 15.000 euro annui, evitando che risorse pubbliche finanzino percorsi i cui benefici ricadono poi su altri Paesi.
Anche l’attuale crescita degli studenti cinesi e indiani non va considerata garantita nel lungo periodo. Come osservato anche dall’Economist lo scorso 6 agosto, gli iscritti cinesi nelle università occidentali sono in diminuzione perché la qualità degli atenei in Cina cresce. Gli studenti indiani potrebbero seguire una traiettoria analoga. Le difficoltà finanziarie di numerose università britanniche mostrano inoltre i rischi di un’eccessiva dipendenza dalle rette degli studenti internazionali.
Resta infine da capire perché l’anglificazione della didattica sia tanto incentivata. Una spiegazione è il peso delle classifiche internazionali, come QS e Times Higher Education, che premiano anche la percentuale di studenti stranieri. Gli atenei sono incentivati ad attirare un numero sempre maggiore di studenti stranieri non per contrastare il declino demografico, ma per scalare rapidamente (e a basso costo) le graduatorie internazionali delle università. Tali graduatorie, però, si basano su criteri discutibili e non dovrebbero essere considerate inevitabili. L’Europa potrebbe sviluppare una propria classifica fondata su indicatori di risultato capaci di valorizzare anche il plurilinguismo. Collegare i finanziamenti nazionali ed europei a questi indicatori, come già avviene in altri ambiti per la parità di genere, spingerebbe le università a promuovere una reale pluralità linguistica, anziché una rapida e problematica sostituzione dell’italiano con l’inglese.
* Professore associato all'Ulster University, Regno Unito, dove si occupa di politica e giustizia linguistica
21 agosto 2026
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