Patroni Griffi e la nota per le pizzette all’Umberto
Il giurista ricorda gli anni al liceo e le professoresse Staro e Protopisani
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Patroni Griffi e la nota per le pizzette all’Umberto
di Vincenza AlfanoIl giurista ricorda gli anni al liceo e le professoresse Staro e Protopisani
«La scuola mi ha insegnato ad analizzare i fatti senza pregiudizi»: Filippo Patroni Griffi, giudice della Corte Costituzionale, già ministro, dopo una vita nella magistratura culminata con la presidenza del Consiglio di Stato, racconta la sue esperienza tra i banchi per «Foto di classe».
Partiamo dalla foto: scuola e anno?
«Questa è la foto del quinto ginnasio del liceo Umberto. anno scolastico ‘69/’70».
Era all’epoca una scuola abbastanza dura?
«Posso dirle solo che in primo liceo eravamo 39 e in secondo 21. I numeri parlano da soli».
Pensiamo a quel ragazzino nella foto: quali erano i suoi sogni?
«A me piaceva la scuola, mi interessava e mi incuriosiva molto. Forse la cosa che più mi ha lasciato è il metodo: la ricerca dell’equilibrio. Analizzare le cose e individuare sempre i punti di equilibrio. Quando ci si trova di fronte a eventi contrapposti, riuscire a scorgere in ognuno dei punti di vista diversi le ragioni di ciascuno e poi arrivare alla sintesi. Amavo molto la filosofia e credo che proprio questa disciplina mi abbia influenzato anche nelle scelte successive lasciandomi questa capacità di analizzare i fatti cercando di guardarli senza alcun pregiudizio e facendomene un’idea solo dopo aver studiato».
La sua materia preferita era dunque la filosofia?
«La storia e la filosofia, ma in realtà amavo tutte le materie umanistiche, in particolare la letteratura italiana e quella greca. Soprattutto le tragedie. Forse questa passione conteneva già in nuce la mia esperienza di Presidente del Mercadante. Poi c’è l’Antigone tra le tragedie greche che per chi, come me, avrebbe studiato Giurisprudenza e il diritto, è una pietra miliare. Alla fine, ci si accorge che poi Creonte tutti i torti non li aveva. Era meno cattivo di quanto si percepisca studiando a scuola la tragedia».
La materia odiata o più difficile?
«Faticavo molto nelle materie scientifiche soprattutto matematica e fisica, tra le due detestavo la fisica. Per fortuna frequentavo il classico che all’epoca dava poca importanza a queste materie».
Com’era la sua pagella?
«Era una pagella decisamente buona. Quello che non fu buono fu il voto della maturità dove presi 42/60, che però fu il voto più alto della classe. Ciò che mi sorreggeva era l’interesse per alcune materie e questo è stato merito di alcuni professori. Per esempio, la professoressa Olga Staro, che è nella foto, docente di lettere del ginnasio era molto severa ma ci faceva appassionare, insieme con la professoressa di filosofia, Isa Protopisani (recentemente scomparsa, ndr). Sono le docenti che mi hanno maggiormente segnato».
Una nota in condotta Patroni Griffi l’ha mai presa?
«Qualche nota collettiva, mai individuale».
In quale occasione? Ricorda un aneddoto divertente?
«Noi stavamo al primo piano, proprio nella stanza del pennone, dove attualmente ci sono gli uffici ammnistrativi, e sopra di noi c’era una delle poche classi miste di quell’epoca all’Umberto. In un periodo in cui ci avevano proibito di uscire durante l’intervallo, perché per noi la puntata da Moccia per la pizzetta all’intervallo era normale, quella classe al secondo piano ordinò un vassoio di pizzette e se lo tirarono con una corda passando davanti alla nostra finestra per cui noi ce ne impossessammo e le mangiammo tutte prima che loro potessero scendere da noi a reclamarle. Fu quella l’occasione in cui prendemmo una nota collettiva».
È rimasto in contatto con i suoi compagni di classe?
«Ho perso di vista la gran parte di loro, qualcuno purtroppo non c’è più: era in classe con me Sandro Petrone, giornalista del Tg2, che è morto prematuramente. Con qualcuno sono rimasto in contatto, con un mio compagno di classe ho studiato giurisprudenza e abbiamo preparato insieme il concorso in magistratura, insieme siamo entrati in magistratura, lui è andato in pensione qualche mese fa da presidente della Cassazione; di un altro che ha fatto la carriera universitaria ho presentato gli scritti dei suoi allievi in suo onore».
Una nostalgia legata a quei banchi di scuola?
«È bello ricordare quel periodo in cui si sanno tante cose, in seguito ci si specializza, ma il cervello non funziona più come a vent’anni. Rimpianti nessuno. Quegli anni del liceo sono i più belli, ma non ho una vera nostalgia».
C’è stato un maestro, qualcuno che più degli altri le ha mostrato la strada?
«Le due docenti che mi hanno più formato sono la Staro e la Protopisani, forse quest’ultima maggiormente. Fin da piccolo volevo fare il magistrato come mio padre, ma arrivato in terzo liceo mi è venuto il dubbio di iscrivermi a filosofia. E ricordo che decisi a Sant’Agata sui due Golfi, mentre leggevo un libro di filosofia che era «Saggio sulla liberazione» di Marcuse e mio padre, che non mi ha mai detto cosa fare e cosa non fare, mi diede il libro di Istituzioni di diritto romano di Arangio Ruiz. Io scoprii che quel libro era un romanzo. Ebbi questa incertezza dovuta all’influenza della mia professoressa di filosofia, senza di lei la mia formazione sarebbe stata diversa. Sono entrato all’Umberto negli anni della grande contestazione. Per me, di formazione familiare cattolico liberale, fu motivo di confronto con le idee del movimento studentesco e con l’aiuto della professoressa di filosofia feci una tesina per la maturità su Marxismo e Cristianesimo di fronte al problema della liberazione dell’uomo».
C’è qualcosa che vorrebbe dire a un compagno o compagna di classe o a un docente, alla scuola?
«Ringrazio la scuola che mi ha fatto diventare quello che volevo diventare, capendolo forse prima di me. Tre anni fa, su invito dell’Associazione degli ex allievi dell’Umberto, ho tenuto una conversazione sulla Costituzione nella palestra davanti a tanti studenti e in quel momento mi sono rivisto. Se posso dare un grazie, quindi riguarda la scuola. Il ricordo riguarda invece tutti, i compagni e i docenti».
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