Il paradosso della crisi idrica
Il problema della siccità non è inevitabile ed è soprattutto politico: con il Green Deal possiamo evitare le continue emergenze
Il paradosso della crisi idrica
Barbara Nappini | 20 agosto 2026Il problema della siccità non è inevitabile ed è soprattutto politico: con il Green Deal possiamo evitare le continue emergenze
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La crisi idrica non esiste. O almeno, non esiste per come siamo abituati a raccontarla. Non è spezzettata, non è uno spettacolo e, soprattutto, non è inevitabile.
Intanto non è spezzettata: la risorsa idrica è una sola. C’è un unico patrimonio di acqua sul pianeta, essenziale per tutto il vivente. L’acqua dolce utilizzabile, superficiale di laghi e fiumi, non arriva a 100 mila chilometri cubi: appena 7 millesimi dell’1% dell’acqua presente sulla Terra. Una frazione infinitesimale. Ma essenziale.
Continuiamo a parlare di crisi idrica come di emergenze separate: un fiume che si prosciuga, un invaso vuoto, un’alluvione, un campo che non riesce a produrre. Come se ciascuno di questi fenomeni avesse una storia propria. Non è così. L’acqua che manca nei campi, quella che precipita violentemente sulle città e quella che perdiamo lungo le reti appartengono allo stesso sistema. E appartengono allo stesso sistema anche i nostri consumi. A livello globale l’agricoltura assorbe circa il 72% dei prelievi di acqua dolce, mentre circa il 20% è destinato al settore industriale e buona parte di ciò che resta agli usi domestici e civili. Se allarghiamo lo sguardo all’intero sistema agroalimentare, l’impronta idrica è più rilevante imponendo di mettere in discussione il modello produttivo globale, e cambiare agricoltura.
In Italia lo scrigno naturale che ci ha sempre garantito l’acqua sta cambiando velocemente. L’ISPRA prevede un calo della disponibilità di acqua dolce che potrebbe raggiungere il 40% entro la fine del secolo. L’aumento delle temperature intensifica infatti la «richiesta» atmosferica di acqua. È una relazione fisica: per ogni grado di riscaldamento l’aria può trattenere circa il 7% di vapore in più. Più vapore in atmosfera significa precipitazioni potenzialmente più intense; nello stesso tempo, temperature elevate e suoli degradati accelerano la perdita di acqua disponibile. Alluvioni e siccità sono fenomeni diversi dello stesso squilibrio.
La crisi idrica non è neppure uno spettacolo: fiumi in secca, incendi, campi desertificati sono immagini reali, drammatiche. La loro reiterazione rischia di trasformare una questione strutturale in una rappresentazione permanente dell’emergenza. Quando tutto diventa emergenza, è più difficile vederne le cause.
La crisi dell’acqua dolce e la siccità sono legate alla crisi climatica, alla perdita di biodiversità, all’abuso del suolo, alla contaminazione delle falde acquifere. E sono connesse alle scelte che abbiamo compiuto nel modo di produrre e consumare il nostro cibo. Abbiamo dato spazio a monocolture industriali fortemente esigenti in acqua, adottando varietà meno vocate di quelle dell’agrobiodiversità che nei secoli si erano adattate alle condizioni ambientali dei territori.
Abbiamo fondato una parte rilevante della redditività dell’agroindustria sul fossile: dal riscaldamento delle serre alla chimica di sintesi. Abbiamo concentrato nelle pianure vaste aree produttive, seminative e zootecniche, mentre colline e montagne si spopolano, con conseguenze nefaste sulla cura del territorio, sul dissesto idrogeologico e sulla conservazione di fiumi e zone umide.
Abbiamo anche modificato profondamente la nostra alimentazione. Negli ultimi sessant’anni il consumo mondiale di carne è aumentato del 300% accrescendo il fabbisogno di acqua: per un chilogrammo di carne bovina ne sono necessari circa 15.000 litri, contro circa 300 per un chilogrammo di verdura.
Poi c’è il paradosso difficile da accettare: un terzo del cibo prodotto viene sprecato. Buttando via anche la terra, l’energia e l’acqua utilizzate per produrlo.
La crisi idrica è dunque il risultato di precise scelte economiche, politiche e infrastrutturali, spesso condizionate da enormi interessi privati. Ed è proprio qui che cambia la prospettiva. Perché la crisi idrica e la siccità esistono, ma non sono inevitabili. Rispettare i limiti del pianeta non è una posizione ideologica, ma pragmatica: serve alla nostra sopravvivenza. Dobbiamo recuperare il percorso indicato dal Green Deal europeo, troppo presto indebolito, quando avrebbe dovuto orientare in senso ecologico le scelte politiche. E in agricoltura questo significa avviare una decisa conversione agroecologica: applicare i principi dell’ecologia alla produzione alimentare, lavorare con i processi naturali anziché contrastarli.
Significa tutelare la fertilità del suolo, ripristinare la maggiore biodiversità possibile, ripercorrere con rispetto i profili di un paesaggio agrario complesso e salubre, nelle pianure come nelle aree interne, integrato con gli ecosistemi naturali. Significa restituire alle comunità locali un ruolo attivo nel governo dei territori e nella tutela delle risorse dalle quali dipende il vivente.
Servono infrastrutture diffuse, e il recupero degli invasi di raccolta, affidati a una gestione pubblica valida. Serve ripristinare l’efficienza delle reti di distribuzione che oggi perde il 42,4% dell’acqua immessa. Serve promuovere politiche di raccolta e riuso dell’acqua. E serve regolamentare i grandi prelievi industriali di acqua. Soprattutto, dobbiamo smettere di aspettare il prossimo fiume in secca, il prossimo raccolto perduto per dichiarare ancora una volta l’emergenza. La crisi idrica esiste. Quello che non esiste è la sua inevitabilità. L’acqua ci ricorda, forse più chiaramente di qualsiasi altra risorsa, che non possiamo negoziare con i limiti del Pianeta. Possiamo invece scegliere come produrre, come consumare, come abitare i territori e come prendercene cura. È una scelta economica. È una scelta culturale. È, soprattutto, una scelta politica. E non possiamo più rimandarla.
20 agosto 2026
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