Riccardo Cocciante: «Margherita? All’inizio il nome non mi piaceva, ma il testo era interessante e dopo tante prove è nato il pezzo»
Corriere della Sera - Cultura

Riccardo Cocciante: «Margherita? All’inizio il nome non mi piaceva, ma il testo era interessante e dopo tante prove è nato il pezzo»

Giovedì 20 agosto 2026
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Il 3 settembre all’Anima Festival di Cervere (Cuneo), Riccardo Cocciante celebra i 50 anni della celebre canzone: «La musica è la mia vita, lei ha scelto me e mi ha aiutato a uscire dal mio guscio»

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Riccardo Cocciante: «Margherita? All’inizio il nome non mi piaceva, ma il testo era interessante e dopo tante prove è nato il pezzo»

di Luca Castelli

Il 3 settembre all’Anima Festival di Cervere (Cuneo), Riccardo Cocciante celebra i 50 anni della celebre canzone: «La musica è la mia vita, lei ha scelto me e mi ha aiutato a uscire dal mio guscio»

È tempo di ricorrenze a cifra tonda per Riccardo Cocciante. Lo scorso febbraio il cantautore e compositore ha compiuto 80 anni, mentre a luglio è scoccato il cinquantesimo compleanno della sua celebre Margherita .
Tutti elementi — a cui si aggiunge l’uscita di un nuovo album, Ho vent’anni con te , dopo un lungo silenzio — che rendono speciale il suo concerto del 3 settembre all’Anima Festival di Cervere, tappa unica nel nord ovest di uno dei suoi rarissimi tour.

Cosa ricorda della nascita di Margherita?
«Che fu un caso unico. Solitamente non scrivo la musica dopo le parole, ma quella mattina Marco Luberti venne da me e mi disse che aveva fatto un sogno e scritto un testo con quel titolo. All’inizio il nome non mi piaceva, ma il testo era interessante e dopo tante prove è nato il pezzo. Era un periodo di contestazione giovanile, la musica parlava molto di politica, ma il direttore della Rca Ennio Melis ci ha creduto fin da subito e l’abbiamo fatta uscire. Non ci aspettavamo tutte quelle settimane in classifica. La interpreto da molto tempo e cerco di farla evolvere con me».

Negli ultimi decenni anche la musica si è evoluta molto e rispetto al 1976 è cambiato quasi tutto. Per la vita delle persone ha ancora il significato che lei percepiva allora?
«Oggi la musica ha una maggiore tendenza a essere volatile e a disperdersi, perché ne consumiamo in gran quantità ma dedichiamo sempre meno tempo ad ascoltare davvero parole e melodie. Un tempo era più artigianale, oggi sta diventando più industriale e un giovane artista che desidera proporre qualcosa di autentico spesso è costretto ad adattarsi al sistema. Io e molti colleghi della mia generazione abbiamo cercato di evitare questo compromesso, ma era un altro periodo storico».

Quando capì che cantare era il suo destino?
«Tutto ciò che accade nella vita di una persona finisce per influenzarne le scelte. Io non sono nato in Italia e fin da piccolo sono cresciuto ascoltando artisti francesi come Édith Piaf e Gilbert Bécaud, insieme alla lirica, che in casa era una presenza costante. Con il tempo ho scoperto anche la musica italiana e l’insieme di queste influenze ha fatto sì che sentissi l’esigenza di cantare: non sapevo cosa, ma sapevo che avrei dovuto farlo. Sono una persona molto introversa e la musica è stato un modo di esprimermi, aprirmi, comunicare con le persone. È la mia vita, lei ha scelto me e mi ha aiutato a uscire dal mio guscio».

Cosa canterà all’Anima Festival?
«La dimensione live è un modo di raccontarmi. Brani come Margherita hanno cinquant’anni e metterli vicino a canzoni nuove potrebbe risultare stridente, ma non aver mai scritto per moda fa sì che ci sia un discorso aperto che non crea nessun paragone tra passato e presente, un linguaggio riconoscibile al di fuori dei trend. Per questo tour abbiamo scelto luoghi speciali, che custodiscono un’energia particolare, un’aura che si percepisce e che bisogna imparare ad accogliere».

Manca da tanti anni dal Piemonte. Che rapporto ha con questa regione?
«Ricordo con molto piacere la prima volta che sono stato a Torino. Si aveva la tendenza a immaginarla solo come una città industriale e invece rimasi sorpreso dalla sua bellezza, a partire dai luoghi, l’architettura, la storia».

A Torino tornerà presto, dal 4 al 7 dicembre all’Inalpi Arena, la sua opera Notre Dame de Paris , altro esempio di successo di gran longevità (debuttò nel 1998).
«Un successo che è il risultato dell’armonia di molti elementi: i testi, le musiche, le coreografie, le luci, il ballo. E i temi, che continuano a essere straordinariamente attuali, come l’immigrazione, l’inclusione e la difficoltà di vivere sentendosi diversi dagli altri. Quasimodo ne è il simbolo più evidente, ma ciascuno personaggio porta con sé una fragilità, una lotta, un desiderio. Notre Dame de Paris racconta l’anima dei suoi protagonisti e quando un’opera riesce a parlare dell’animo umano, il suo messaggio non invecchia mai».

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20 agosto 2026 ( modifica il 20 agosto 2026 | 12:30)

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