L'Ilva non può essere solo acciaio
Corriere della Sera - Cultura

L'Ilva non può essere solo acciaio

Mercoledì 19 agosto 2026
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È un caso emblematico: ora la politica non deve sottrarsi alle proprie responsabilità

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L'Ilva non può essere solo acciaio

Daniele Manca | 19 agosto 2026

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Il solo pronunciare la parola Ilva può, se non si è direttamente coinvolti, provocare un moto di fastidio a molti italiani. Per i tanti soldi pubblici che quell’azienda, identificata erroneamente con il solo impianto di Taranto, ha assorbito (circa 4 miliardi dal 2012). Per l’intrecciarsi di privatizzazione, nazionalizzazione, riprivatizzazione, sentenze della magistratura. Per il susseguirsi di strumentalizzazioni politiche bipartisan con contorno di polemiche continue. Ma dimenticando quello che nelle ultime 48 ore una manifestazione di interesse all’acquisto di ben 14 imprese italiane, di fatto quasi tutte le maggiori del settore da Arvedi a Marcegaglia, ha indicato come il vero problema. Che ha poco a che fare con l’Ilva o ex Ilva che dir si voglia. 

Un problema legato all’incapacità manifesta da parte del nostro Paese e segnatamente dell’intero arco politico e sindacale di delineare le priorità di un’Italia a cui piace vantarsi di essere la seconda manifattura d’Europa. È contenta di sorpassare il Giappone diventando il Paese quarto esportatore al mondo. Che si bea dei successi delle imprese tricolori che ancora nel primo semestre di quest’anno sono riuscite a far crescere l’export del 4,5% arrivando alla cifra di quasi 340 miliardi di vendite all’estero. Tutti traguardi importanti di quello che una volta si sarebbe chiamato il mondo della produzione, fatto di imprese e lavoratori. Primati raggiunti evitando però con cura di trarne le conseguenze. Soprattutto se si vuole continuare a crescere. Quando 14 imprese italiane attive nell’acciaio si mettono assieme candidandosi all’acquisto dell’ex Ilva, significa che un intero settore sta mettendo al centro delle strategie-Paese quell’azienda. Il problema non è chi controlla, chi possiede quella società, chi la gestisce. Dovremmo evitare i tranelli di quanti sono pronti a farne questioni di principio sperando diventino così materiale di polemica politica. 

Privatizzare sì o no? Nazionalizzare o lasciare libero il mercato? Questioni quasi filosofiche, apparentemente profonde e di visione sul futuro. Ma che nascondono la volontà di eludere quanto quelle 14 imprese ci stanno chiedendo e dicendo: cara Italia abbiamo bisogno che l’ex Ilva vada avanti. Abbiamo bisogno dell’acciaio che lì si produce se vogliamo continuare a essere un Paese industriale. Se vogliamo tutti assieme fare in modo che le nostre imprese continuino a produrre e a creare ricchezza.
La domanda non è: salvare o meno l’Ilva? Ma: abbiamo bisogno di quello che l’Ilva produce? E se, come sembra, la risposta è affermativa da parte di tutti o quasi i partiti, verranno a cadere anche gli alibi che in questi decenni sono serviti a eludere il problema. Magistratura compresa. La politica è stata capace di confrontarsi anche pesantemente con quello che è uno dei tre poteri dello Stato arrivando persino a voler ridefinire i confini della sua azione. Ma è anche per questo che la vicenda dell’ex Ilva è emblematica. 

Non si tratta di mettere in discussione le decisioni che coerentemente con il ruolo e con i compiti loro affidati i magistrati sono chiamati a prendere e devono prendere. Ma anche i partiti devono assumersi le proprie responsabilità, vale sia per quelli al governo sia per quelli all’opposizione. Ben sapendo che il decidere che un settore come l’acciaio sia strategico per lo sviluppo del Paese difficilmente può avere una colorazione politica.
Sulla risoluzione del dossier Ilva si potrà misurare la maturità dei partiti. E persino il tipo di campagna elettorale che ci attende nei prossimi mesi. Saremo in grado di comprendere la capacità di non confondere il piano amministrativo con quello appunto politico. La capacità di delega. I confini che la politica saprà darsi. Quanto e come lo Stato potrà essere in partita, con quali sue emanazioni. Lo Stato, l’amministrazione statale e non la politica. Non si tratta di sminuire il peso di quest’ultima. Anche perché ai partiti, al governo e al dialogo con l’opposizione, spetta indicare la direzione di marcia di questo che dovrebbe essere nelle speranze non solo il salvataggio ma il rilancio di una attività strategica. Un settore come quello dell’acciaio in una situazione geopolitica così drammaticamente incerta è decisivo. Anche a livello europeo.

Una questione continentale. Senza fare finta o peggio nascondere che non esistano temi che attengono alla salute di interi quartieri e città, all’ambiente. Cosa che avrebbe dovuto prevedere in questi lunghi anni di agonia il servirsi di studi e ricerche per coinvolgere territori e cittadini nelle scelte, facendo sì che la politica diventasse il momento di sintesi, di confronto di interessi legittimi e a volte contrastanti come è naturale. Interessi da far emergere in trasparenza affinché si cerchi il più possibile di arrivare a una composizione, prendendo comunque decisioni, scegliendo. Se del caso coinvolgendo pienamente l’Europa. Perché quando parliamo di autonomia strategica non dovremmo fare l’errore di pensare solo alle fonti di energia. Materie prime e materiali sono altrettanto importanti. E un proficuo rapporto con l’Unione potrebbe addirittura evitare un futuro ridimensionamento dell’Ilva (e, chissà, una riflessione sull’area a caldo) che purtroppo adesso viene dato per scontato.
Guai a pensare che ridefinire i confini della politica sia ridurne la portata. Al contrario, se questo diventerà piena assunzione di responsabilità. Da come e quanto l’acciaio farà parte del futuro di un’Italia che ha fatto della manifattura un’eccellenza mondiale, capiremo se siamo agli inizi di una nuova stagione per il Paese o meno.





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