Tamara Lunger: «Vi racconto i miei tre mesi nella steppa mongola accompagnata solo da un cammello. Il mio compagno morto sul K2? La montagna mi ha cambiata ma rifarei tutto»
L’alpinista, la più giovane al mondo a scalare il Lhotse, presenta il suo libro: «Non bisogna necessariamente partire per un’avventura straordinaria per uscire dalla propria comfort zone: basta avere il coraggio di guardarsi dentro»
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Tamara Lunger: «Vi racconto i miei tre mesi nella steppa mongola accompagnata solo da un cammello. Il mio compagno morto sul K2? La montagna mi ha cambiata ma rifarei tutto»
di Sara SantoliniL’alpinista, la più giovane al mondo a scalare il Lhotse, presenta il suo libro: «Non bisogna necessariamente partire per un’avventura straordinaria per uscire dalla propria comfort zone: basta avere il coraggio di guardarsi dentro»
C’è un concetto che torna nelle riflessioni della climber dei record Tamara Lunger, la ricerca della propria identità. L’alpinista altoatesina di Bolzano, la più giovane donna al mondo, a 23 anni, a conquistare il Lhotse in Nepal a 8.516 metri nel 2010, arriva in Trentino, protagonista domani della rassegna «Levico Incontra» alla Sequoia del Parco storico delle Terme di Levico (ore 18). Il suo nuovo libro, Una donna che cammina con il vento (Rizzoli), racconta i tre mesi trascorsi nella steppa mongola, in cammino con un cammello, esperienza lontana dalle grandi spedizioni himalayane, ma capace di riportare al centro domande essenziali: chi siamo, che cosa desideriamo davvero e quanto siamo disposti a liberarci dalle aspettative altrui.
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Lunger, nel libro c’è un invito a vivere la propria unicità. Perché è un messaggio è importante per lei?
«Per molti anni ho sentito il peso delle aspettative, soprattutto dopo tante spedizioni e tante montagne affrontate con grande esposizione pubblica. A un certo punto ho capito che non dovevo più dimostrare qualcosa, ma soltanto scegliere quello che desideravo veramente. Questa consapevolezza mi ha regalato una libertà mai sperimentata prima».
La Mongolia rappresenta una svolta rispetto alla sua storia alpinistica, di grandi montagne e spedizioni estreme. Cosa cercava lì?
«Volevo dimostrare, prima di tutto a me stessa, che non ero soltanto capace di andare in montagna. La Mongolia mi ha offerto uno spazio completamente differente, nel quale potevo camminare, osservare e pensare senza dover raggiungere necessariamente una vetta. Ho trascorso tre mesi nella steppa insieme al mio cammello, che durante il viaggio è diventato davvero un compagno di strada: è stata un’avventura molto intensa, difficile fisicamente, ma soprattutto importante dentro di me».
Che cosa può trovare nel libro una persona che non pratica alpinismo e non cerca avventure estreme?
«Tutti affrontiamo paure, difficoltà, momenti di cambiamento e periodi nei quali facciamo fatica a capire quale direzione prendere. Nel libro parlo anche della connessione con noi stessi, dell’identità e delle domande che spesso preferiamo evitare. Non bisogna necessariamente partire per un’avventura straordinaria per uscire dalla propria comfort zone: a volte basta avere il coraggio di fermarsi e guardare quello che abbiamo dentro».
I tre mesi nella steppa hanno rappresentato una forma di tempo sospeso?
«Sì, perché quella situazione mi ha permesso di vivere una concentrazione emotiva molto forte. Nella vita normale avrei avuto bisogno forse di tre anni per affrontare tutte quelle riflessioni. Nella steppa avevo molto meno rumore intorno e quindi potevo ascoltare maggiormente quello che accadeva dentro di me. Sono emerse domande importanti, alcune anche molto intime, come quelle legate alla maternità e all’identità personale».
La sua storia di alpinista è segnata da esperienze dolorose in cui la montagna ha mostrato il suo volto più duro, come la morte del suo compagno Juan Pablo Mohr nel 2021 sul K2. Cambierebbe qualcosa delle sue scelte?
«Dopo quanto è accaduto sul K2 il mio rapporto con la montagna è molto cambiato. Sono riuscita a tornare di nuovo in quota grazie a una nuova consapevolezza, anche se non sono più tornata sugli Ottomila. La montagna rimarrà sempre una parte fondamentale di me e rifarei tutto nello stesso modo, perché anche le esperienze negative appartengono alla vita. I momenti difficili possono insegnare, costringere a riflettere e permettere di crescere, se siamo disposti ad ascoltarli».
Nel libro emergono domande legate all’essere donna e alla maternità. Quanto hanno influenzato il suo percorso?
«Non so dire quanto sarebbe stato diverso il mio percorso se fossi stata uomo. So però che alcune domande sono nate anche dal fatto di essere una donna e dalla particolare attenzione che ho sempre dedicato alla mia vita interiore. Mi interessa capire perché siamo qui, che cosa desideriamo veramente e quale significato vogliamo dare alle nostre scelte».
Come immagina il futuro?
«Voglio prendere le cose come arrivano e decidere anche attraverso la mia intuizione, che considero uno dei regali più importanti ricevuti negli ultimi anni. Continuerò a cercare avventure, ma non so ancora se saranno legate alle vette. Per la prima volta sento di potermi concedere il lusso di non doverlo sapere».
19 agosto 2026 ( modifica il 19 agosto 2026 | 11:10)
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