Noi, napoletani della diaspora e le giovani donne, scontrose e romantiche, di Rohmer
Il ritorno a Napoli e un stop forzato che ispira riflessioni sulla fisicità nei film anni ’80 e sulle spiagge oggi
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Noi, napoletani della diaspora e le giovani donne, scontrose e romantiche, di Rohmer
di Vladimiro BottoneIl ritorno a Napoli e un stop forzato che ispira riflessioni sulla fisicità nei film anni ’80 e sulle spiagge oggi
Per noi napoletani della diaspora, il ritorno per i bagni ha un sapore inconfondibile. Significa calarsi in quell’acqua brodosa di agosto, dall’odore lievemente organico. Equivale a regredire in un liquido amniotico dentro il pancione materno.
Certo, poter mettere piede sulla battigia non è così scontato. Bisogna aggirare fortilizi, palizzate, cartelli di divieto eretti da chi ha sequestrato la balneazione tra penisola e costiera. Poi però, quando in un modo o nell’altro arrivi a lambire la risacca, metti il piede in fallo, dentro una fossa anticarro scavata dalla malizia satanica dei bambini in spiaggia. Un lampo doloroso, il samaritano che ti tira fuori. Referto: distorsione alla caviglia, di grado lieve. Terapia: ghiaccio a intervalli regolari nelle prime 48 ore, mi raccomando. Compressione elastica e tenga l’arto sollevato. Prognosi: una settimana di immobilità, se tutto va bene.
Azzoppato nel cuore dell’estate, con la pellicola di umidità amazzonica che leva ossigeno al cervello, che scoraggia qualsiasi lettura degna di questo nome. Così ho ripiegato sul cinema in streaming, un catalogo sterminato da videoteca di Babele. Come sono arrivato a Eric Rohmer? Per quel titolo che istigava il mio innato masochismo, «Pauline à la plage»? O per «Il raggio verde», che ho associato immediatamente a Ischia, ai Maronti dove non metterò piede, quest’anno? Sta di fatto, ossessivo di natura, mi sono dato a visionare l’intera produzione di Rohmer in Rete. Dunque la sua predilezione per il mare e certe giovani donne dal fisico sottile, a volte taciturne, talvolta fin troppo loquaci. Eppure capaci di incarnare una qualità perduta: la grazia. Un termine sparito dal lessico quotidiano, dal momento che la caratteristica designata ha smesso di esistere. Ed eccolo il punto dolente, che si affianca a quello che pulsa nei legamenti della mia caviglia. La grazia perduta, indice di civiltà e fattore di civilizzazione. È capitato così che, preda di una fascinazione, mi addentrassi un passo dopo l’altro nel mondo in 16 mm di Rohmer. Per misurare, un passo dopo l’altro, tutta la distanza irreversibile che ci divide dai suoi ‘80.
Inizialmente devi attraversare una soglia, è come ambientarsi in un dejà-vu. Le sue protagoniste, per dire, e quella straniante naturalezza dei tratti. Ogni volto appare la risultante di pregi e manchevolezze estetiche, in una combinazione che francamente avevo dimenticato. Una combinazione che rende possibile l’unicità; unicità che è condizione indispensabile della bellezza. Bellezza destinata a venire meno quando i nasi, le bocche, gli zigomi vengono modellati in base agli stampi della chirurgia estetica di serie, capace di rendere le spiagge a qualche chilometro da me tante colonie di replicanti.
Inutile dire che Rohmer stabilisce dei termini di confronto non solo per le bagnanti, ma anche per i loro corrispettivi maschili. Quei giovanotti che affollavano le sue chilometriche spiagge bretoni o della Costa Azzurra, per esempio. Ragazzi che portavano in giro, con un giusto orgoglio, i corpi tonici della giovinezza. Solo che nessuno di loro si sognava di tornirli, pomparli, gonfiarli. Nell’Europa degli anni ‘70 e ‘80 l’ipertrofia muscolare da palestra sarebbe stata derisa come un’«americanata», roba da esaltati o da tamarri. Più o meno come la depilazione maschile che all’epoca – e qui il cerchio si chiude – era appannaggio dei culturisti e si qualificava come pratica da setta di esaltati, appunto.
E che dire dei tatuaggi, la foresta mobile di disegnini che rallegra le mie estati al mare? Le giovani donne di Rohmer – scontrose, romantiche, misteriose a se stesse – non si sarebbero mai fatte disegnare dei ghirigori tribali sulla loro carnagione luminosa. Stesso discorso per i loro coetanei, che non si sarebbero mai presentati in spiaggia con la pelle inchiostrata degli ergastolani o, a scelta, dei poco raccomandabili marittimi in «Querelle de Brest». Passando poi dall’epidermide al tessile dei costumi: l’imperativo degli ‘80 di Rohmer prevedeva gli slip per gli uomini, il bikini o l’intero per le donne. Niente tanga o fili interdentali brasiliani. Eravamo europei, pur senza ripetercelo allo sfinimento come oggi. I cellulari e Internet non avevano inflazionato la comunicazione, svalorizzandola. La realtà predominava sulla sua rappresentazione, riuscivamo a fare silenzio in noi stessi, non eravamo sempre altrove o sempre invasi. Il mondo possedeva ancora una sua misura, gli esseri umani una loro distanza. Misura più distanza uguale: grazia, voilà.
Ma no, smettiamola... Il punto è che il dolore rende passatisti e reazionari, dei vecchi di m. insofferenti, brontoloni. Si sta sdraiati tutto il giorno, si diventa ancora più asociali. E poi il vino cattivo con gli anni va a male, si sa. Sono io il problema, questo mio leggere il passato con gli occhi del presente e viceversa. È solo una mia distorsione andiamo, nulla di cui veramente preoccuparsi.
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