Ai giovani serve il «giudizio critico»
Corriere della Sera - Cultura

Ai giovani serve il «giudizio critico»

Martedì 18 agosto 2026
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Tre ragazzi su 4 si informano sui social scegliendo tra modelli politici confezionati

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Ai giovani serve il «giudizio critico»

Maurizio Ferrera | 18 agosto 2026

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Qualche settimana fa l’agenzia francese incaricata di rilevare le ingerenze digitali straniere ha denunciato l’ennesimo tentativo di screditare leader politici nazionali (a partire da Macron), diffondendo fake news. È stato individuato anche lo strumento responsabile: «Storm-1516», un noto e aggressivo apparato che l’intelligence russa utilizza da tempo per contaminare l’eco-sistema informativo dei Paesi europei. Le ingerenze straniere sono solo uno dei fattori che erodono le fondamenta della sfera pubblica democratica.
Le piattaforme digitali e l’Intelligenza artificiale generativa producono un surplus di informazioni (spesso contradditorie) che eccede le capacità cognitive degli utenti. Questo divario tende a provocare disorientamento, disaffezione e, soprattutto, sfiducia crescente.

La democrazia liberale ha bisogno di cittadini in grado di comprendere il contesto, confrontarsi sui problemi, valutare le possibili soluzioni. Se queste capacità si indeboliscono, si sgretola la condivisione di un mondo comune, si amplificano le polarizzazioni e diventa più difficile convergere verso decisioni accettabili per tutti (ricordiamo il caso dei vaccini durante la pandemia).
Il sostegno ai valori democratici e liberali resta elevato nell’opinione pubblica. I segnali preoccupanti compaiono a un livello diverso: quello che separa i valori dalle loro traduzioni concrete in atteggiamenti e comportamenti in base all’informazione disponibile.

Secondo un recente Eurobarometro, fra i giovani i social sono la principale fonte di informazione politica e sociale. Il 74% dichiara di seguire influencer o «content creator» sui social. Il 66% dice di essere stato esposto a disinformazione o fake news nei sette giorni precedenti il sondaggio; solo il 61% si sente sicuro di saperla riconoscere. Molti giovani non votano, lo ritengono inutile e dichiarano di non comprendere i meccanismi della politica. Il contesto che struttura il rapporto fra cittadini e politica è profondamente cambiato. Gli elettori stanno smarrendo la propria capacità di esercitare il «giudizio politico».
Secondo la teoria democratica, giudicare non vuol dire semplicemente scegliere fra opzioni già confezionate. Significa prendere posizione attraverso un processo autonomo e riflessivo: valutare argomenti, confrontare alternative, distinguere fatti e opinioni, riconoscere l’incertezza, essere disposti a modificare la propria posizione di fronte a una ragione migliore. Significa soprattutto mantenere autonomia rispetto al gruppo di appartenenza, all’algoritmo, agli influencer e alla pressione del consenso.

Come ha scritto Barbara Stefanelli (Corriere 8 agosto), gli algoritmi delle Big Tech incidono sempre più sulle infrastrutture cognitive della società, modellando la nostra percezione del reale. Spostano le grandi decisioni «fuori» dalla sfera democratica. «Le condizioni del libero giudizio minacciano di scivolare impercettibilmente altrove, dentro architetture che nessuno ha visto costruire e che nessuno può destituire».
Questo «deficit di giudizio» può essere letto come una causa trasversale di fenomeni diversi: il tribalismo identitario, il populismo, il complottismo, la polarizzazione, la disaffezione politica e, sul versante opposto, l’eccesso di aspettative nei confronti dei governi e la delega tecnocratica. Quando la capacità di giudizio si indebolisce, la democrazia liberale rischia di ridursi a una competizione polarizzata fra identità e interessi «bruti». Si finisce per confondere la vittoria della propria parte con la verità, il consenso con la giustizia, la competenza tecnica con la decisione politica. Si sgretola la cultura del pluralismo: riconoscere che l’avversario può avere torto, ma può anche avere una ragione che merita di essere ascoltata.

Come reagire? Non esistono ricette semplici. Si può intervenire con la regolazione delle Big Tech e mobilitare contromisure digitali nei confronti delle manipolazioni informative. Ma il fronte decisivo è quello della formazione. I sistemi d’istruzione devono recuperare la capacità di educare al giudizio. Non solo trasmettere conoscenze, non solo insegnare a come ottenere informazioni, ma formare persone capaci di porre le domande giuste, verificare le risposte e decidere quali seguire.
Il dibattito sulla scuola è oggi incentrato sul ruolo della cultura scientifica e di quella umanistica. La contrapposizione fra discipline Stem (Science, Technology, Engineering and Mathematics) e Hass (Humanities, Arts and Social Sciences) è fuorviante. La vera sfida è combinare due competenze: capacità di calcolo e capacità di giudizio. Interpretare, confrontare, argomentare, riconoscere l’ambiguità, assumere una posizione motivata: le competenze Hass diventano più importanti proprio quando l’Intelligenza artificiale rende sempre più facile ottenere una risposta.

Anche in Italia questa discussione dovrebbe spingerci a ripensare il ruolo e i percorsi dell’istruzione superiore. Il liceo classico rischia una crisi terminale. Prima che sparisca del tutto è urgente aprire un serio dibattito. Non in nome della difesa nostalgica delle lingue antiche, ma come parte di una domanda molto più ampia: quale tipo di istruzione serve a una democrazia nella quale si sta rapidamente indebolendo la capacità dei cittadini di giudicare autonomamente ciò che vedono, ascoltano e scelgono?

18 agosto 2026

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