E lo sport divenne un'ancora di salvezza
Storie di campioni con un'infanzia vissuta nella terribile guerra civile jugoslava
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E lo sport divenne un'ancora di salvezza
Gian Antonio Stella | 18 agosto 2026Storie di campioni con un'infanzia vissuta nella terribile guerra civile jugoslava
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Il nonno di Luka Modri, che si chiamava anche lui Luka e faceva il contadino nell’entroterra di Zara, aveva un po’ di pecore, capre, galline e fu ammazzato da miliziani serbi nel dicembre ’91 durante la guerra civile. Quando il futuro regista della nazionale croata, del Real Madrid e del Milan, aveva sei anni: «Ricordo che papà mi chiese di baciarlo mentre era nella bara», racconterà il calciatore al Guardian. Dolore indimenticabile. Come la memoria del campo profughi a Makarska. «I cetnici hanno ucciso mio nonno. Lo amavo tanto. Tutti piangevano...», scrisse nel ’95 in un tema scolastico. Per spiegare anni dopo: «In guerra accadono cose brutte. Non provo odio verso nessuno. È una parte della vita che ho dovuto affrontare. Queste cose possono renderti più forte o distruggerti. Io ho scelto di diventare più forte».
Novak Djokovic (nella foto) aveva solo quattro anni, quando scoppiò la guerra civile, e anche lui è cresciuto, come raccontava ieri a Gaia Piccardi, con quella ferita dentro: «Tornando indietro, non cambierei nulla: la guerra era l’ingrediente che ci voleva perché io potessi arrivare ad avere la vita bellissima che conduco». È sempre stato lontano da difese inaccettabili di Milosevic, Karadžic o perfino della Tigre Arkan ma essendo un serbo cresciuto nell’idea che il «il Kosovo è il cuore della Serbia» stupì tutti nel 2018, ai Mondiali in Russia, dicendo che tifava per la Croazia, il che gli costò da parte dei fanatici selve di insulti.
Edin Džeko, che allo scoppio delle ostilità etniche di anni ne aveva cinque, ricorderà: «Fu terribile. La mia casa venne distrutta e andammo a vivere dai nonni. In quindici in un appartamento di trentacinque metri quadrati. Ogni giorno avevamo paura che qualcuno fosse ucciso».
E iniziò a giocare, lui, bosgnacco di Sarajevo, nella scuola calcio Bubamara (coccinella) con bimbi serbi, croati e bosgnacchi allenati da un serbo. Gira oggi su TikTok una foto bellissima: loro tre, insieme, sorridenti a un tavolino di Bašcaršija, il centro storico della capitale bosniaca vittima allora dell’asfissiante assedio. In sfondo spiccano la moschea e il minareto.
Dice ChatGPT che, da certi dettagli, «è una foto presumibilmente creata con intelligenza artificiale». Forse è così. È consolante, però, che l’AI per una volta non cerchi di creare odio ma di strappare un sorriso.
18 agosto 2026
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