Da Manerba a San Francisco, la storia di chef Bortolotti: «Al Fiordaliso conobbi Pasolini, mangiava pochissimo. Negli USA il successo, ma l'american dream non esiste»
Rimasto in coma 33 ore a causa di una colluttazione dopo un incidente stradale, Giancarlo Bortolotti, una vita da chef negli Stati Uniti, è tornato dopo quarant'anni nei luoghi in cui è cresciuto per proseguire con la riabilitazione
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Da Manerba a San Francisco, la storia di chef Bortolotti: «Al Fiordaliso conobbi Pasolini, mangiava pochissimo. Negli USA il successo, ma l'american dream non esiste»
di Pietro Keller CassettiRimasto in coma 33 ore a causa di una colluttazione dopo un incidente stradale, Giancarlo Bortolotti, una vita da chef negli Stati Uniti, è tornato dopo quarant'anni nei luoghi in cui è cresciuto per proseguire con la riabilitazione
Bortolotti in uno dei suoi ristoranti di San Francisco con l'ex speaker della Camera USA Nancy Pelosi
Corriera R-202-1, partenza 20.10, tratta Brescia-Gargnano. Non me l’aspetto, eppure l’uomo parla un inglese fluentissimo. Lo ringrazio per avermi aiutato a indicare la strada alla coppia di spaesati turisti cinesi. Poi gli domando dove ha imparato. «E’ perché ho vissuto quarant’anni a San Francisco. Quando sono partito non sapevo neanche una parola. Oggi torno per la prima volta sul Garda». È energico, pieno di vita. Eppure ha già 73 anni. «Il bastone? Devo tenermelo al fianco perché la parte sinistra del corpo è ancora in parte paralizzata». «Com’è successo?» «Un tamponamento. Esco dalla macchina e quello mi riempie di botte. Sono finito in coma». Poi si risveglia, e dopo una lunga riabilitazione, decide di tornare in Italia per rivedere i luoghi in cui è nato. Giancarlo Bortolotti è stato per anni uno degli chef e ristoratori italiani più affermati di San Francisco, ma di vite ne ha vissute tante altre.
Giancarlo, partiamo dall’inizio.
Sono nato a Manerba, nel 1953. I Bocchio, la famiglia di mia madre, erano pescatori e contadini. Mia madre Elisabetta era la ragazza bella del paese; sua sorella Domenica, mia zia, compensava la mancanza di mia madre, giovane e ribelle, con amore e presenza. Poi, a 6 anni, ho perso mio padre, Pietro, che ne aveva 28. A quei tempi, se una madre non stava con i figli le istituzioni li prendevano e li mettevano negli orfanotrofi. Io ne ho passati quattro: due a Salò, alla Croce Rossa e in un altro lì vicino, poi a Brescia, allo Zazzetti, e alla fine a Edolo.
Il primo momento difficile è stato la morte di mia zia. Quando all’ospedale ha esalato l’ultimo respiro tutto in pochi secondi si è chiarito. Nella mia testa avevo deciso chi volevo essere e come l’avrei fatto.
A 14 anni sei uscito dall’orfanotrofio. E poi?
Manerba era troppo stretta per me. Ho cominciato a lavorare negli hotel di Gardone Riviera: il Fiordaliso, Sans Souci, La Torre, il Grand Hotel. Tutti quelli che ho conosciuto mi hanno amato e aiutato: vedevano in me quello che io non vedevo. Angelo Banalotti (il fondatore del Lido 84, ndr), Beppe Rocca, Pino e Diego De Campo, Luigi Consolini («Bughi»). Niente stipendio: volevo solo imparare. Al Fiordaliso, dove sono rimasto tre anni, ho conosciuto Pier Paolo Pasolini. La sua figura mi sconvolse: per me era un Dio, un Dio triste. Mi dava molta tristezza la sua solitudine.
In cosa consisteva il tuo rapporto con lui?
Più che altro lo ascoltavo parlare e dare disposizioni al gruppo che lo accompagnava. Essendo molto curioso, lo seguivo nei suoi movimenti all’interno dell’albergo. A lui piaceva lo studio foderato di raso rosso che si diceva fosse appartenuto a Mussolini. Ricordo benissimo che un giorno mi fece un complimento perché ero sempre attento alle sue richieste. Era un grande fumatore, portava occhiali scuri e mi dava l’impressione di non dormire mai. Mangiava pochissimo.
E dopo i tre anni al Fiordaliso?
Poi venne l’Euronight (storico locale di Gardone, ndr): proprietari e clienti, ogni sera era una magia. Conobbi un chitarrista per cui Claudia Mori aveva perso la testa, Mauro Pagani con la Premiata Forneria e molti altri. Finivo alle 5, poi il più delle volte tornavo a Salò in bicicletta alle 5 o alle 6 del mattino. Ero felice. Mi fermavo all’Olimpo Bar per un cappuccino in mezzo ai quattro o cinque ubriachi che già bevevano grappa.
Poi iniziasti la tua carriera nella ristorazione, e conoscesti tua moglie.
Con un amico, dopo averlo rilevato, aprimmo il Rossini, tra Tormini e Cunettone. Lì ho conosciuto la mia futura moglie Sandra, durante un evento di moda. Dopo quattro anni, con una figlia di un anno e mezzo, Lygia, siamo partiti per un viaggio che mi avrebbe cambiato completamente la vita.
Il ristorante di Bortolotti «La pergola» a San Francisco
L’America. San Francisco.
Arrivato in America, ho capito subito che l’American Dream per come lo raccontavano non esisteva. Con mia moglie Sandra rilevai un vecchio ristorante italiano. Da lì è cominciata la nostra avventura nella ristorazione negli USA. Successo immediato, stroncato dal terremoto del 1989. Chiusi per sei-otto mesi, furono tempi durissimi.
Io e Sandra cominciavamo a cercare alternative e, col tempo, ecco l’occasione: una grande compagnia cercava un posto nella Marina, area gioiello di San Francisco affacciata sulla baia. Da lì ci siamo mossi in un’area popolare e abbiamo aperto il Mangiafuoco. Un successo incredibile. Poi su nel Delta, dove confluiscono quattro dei grandi fiumi californiani. Quindi un altro ristorante nella capitale, Sacramento. Per tanti anni è andato tutto al massimo.
Quaranta in tutto. Poi, però, l’incidente.
Prima ho preso il Covid, due volte. Poi il tamponamento: tre mesi d’ospedale e 33 ore di coma. Al mio risveglio mi trovavo con tutta la parte sinistra del corpo paralizzata. Ci sono voluti due anni prima di accettare la mia nuova condizione. La mia famiglia e pochi amici mi convincevano che, dopo tutto quello che avevo passato, la mia fibra mi avrebbe aiutato a superare anche questa enorme difficoltà. Pian piano ho ritrovato il valore perduto della vita. Ho cominciato a scalare montagne e colline, sono diventato cercatore di erbe e funghi, tutto quello che mi collegava alla natura e alla vita.
Bortolotti oggi nella casa del fratello a Manerba
E oggi?
Ho perdonato la persona che mi ha aggredito, anche se non dimentico. Ho ritrovato la mia indole di ragazzo cresciuto sul Garda e sono tornato a essere una persona felice. Sono un uomo semplice, non ho soluzioni per risolvere i problemi che mi stanno attorno, però ho capito una cosa: che il risveglio comincia da me. Per un figlio di pescatori e contadini, non è poco.
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18 agosto 2026 ( modifica il 18 agosto 2026 | 18:00)
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