Kim, il reietto ora vezzeggiato
Corriere della Sera - Cultura

Kim, il reietto ora vezzeggiato

Domenica 16 agosto 2026
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Il leader della Corea del Nord si è ritagliato un ruolo tra Mosca e Pechino. È sempre più difficile togliergli l’arma nucleare

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Kim, il reietto ora vezzeggiato

Danilo Taino | 16 agosto 2026

Il leader della Corea del Nord si è ritagliato un ruolo tra Mosca e Pechino. È sempre più difficile togliergli l’arma nucleare

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Era all’inferno, ora vede la porta del paradiso. Kim Jong-un, il dittatore della Corea del Nord, ha fatto il miracolo che nessuno avrebbe immaginato. È riuscito a mettere sé stesso e il Paese che guida con pugno di ferro al centro del disordine del mondo: fino a pochi anni fa erano entrambi paria internazionali. Ha una collaborazione di guerra con Vladimir Putin, Xi Jinping lo va a trovare e lo corteggia, con l’Iran ha rapporti stretti, minaccia il Giappone, ce l’ha con Taiwan e ha chiuso ogni porta con la Corea del Sud. Dopo anni di carestie, dice che ora i nordcoreani hanno «pallottole e dolcetti».

Quello che per Kim è un paradiso odora però della morte che lasciano le bombe. È ormai un problema serio anche per l’Europa. Alla fine del mese scorso, un missile balistico, che secondo Kiev era un KN23 nordcoreano, ha distrutto la casa della famiglia Voronov, nel Sud-Est dell’Ucraina, cinque morti. L’11 agosto, gli stessi missili di Pyongyang hanno colpito Zaporizhzhia, secondo Zelensky. Il presidente ucraino sostiene anche che in Russia sarebbero in arrivo fino a cinquantamila soldati nordcoreani per dare appoggio al malconcio esercito d’invasione di Putin (e per imparare sul campo le nuove tecniche di guerra). Quella di Kim non è una sanguinosa generosità verso l’autocrate di Mosca: è un modello che pratica per affermarsi in un mondo che va a pezzi.

Nel 2020, in piena pandemia, il «rispettato compagno maresciallo» si presentò alla televisione, lacrime agli occhi, per chiedere scusa, non era riuscito a fermare l’onda del Covid-19. In realtà, usò la crisi per rafforzare il suo potere: chiuse il confine con la Cina, ordinò di sparare a chi cercava di espatriare, lanciò una campagna contro il contrabbando, uno dei pochi modi che la popolazione aveva di procurarsi qualche bene. Era uno dei momenti più duri, drammatici per gli abitanti della Nord Corea. Nel frattempo, però, sviluppò una nuova generazione di missili capaci di trasportare testate nucleari. L’ossessione militare ha pagato: quando, nel 2024, il presidente russo gli ha chiesto aiuto per l’operazione in Ucraina, Kim non ha esitato e ha inviato, si stima, 14-15 mila soldati sul fronte europeo. Non tanto un atto di solidarietà ma l’affermazione a suon di armi che Pyongyang gioca la partita dei grandi. E non si tira indietro.

Già l’anno scorso, il suo nuovo ruolo nel club degli autocrati gli aveva guadagnato l’invito di Xi Jinping sul palco della parata militare a Pechino, il 3 settembre: lui, il presidente cinese e Vladimir Putin. Un salto di status trionfale. Addirittura, lo scorso giugno, Xi, che per tutto il 2026 non era uscito dalla Cina, si è mosso e ha visitato Kim a Pyongyang: non succedeva da sette anni. Le ragioni dell’interesse di Pechino per il vicino, visto da sempre come Paese da sostenere ma sospettato di essere un attaccabrighe poco affidabile, sono almeno due.
L’improvvisa stretta relazione di Kim con Putin — che alla Korea del Nord fornisce anche armi sofisticate e forse tecnologia per uso nucleare — non è ben vista da Pechino: già l’aggressione russa all’Ucraina è considerata dai cinesi una mossa che sono costretti a non criticare ma che ha portato instabilità e, soprattutto, la non vittoria. Vedere ora due avventuristi che vanno a braccetto, non depone bene per la Cina, impegnata nella battaglia economica e tecnologica con gli Stati Uniti che necessita di poche distrazioni. 

Xi vuole ribadire che il solo protettore della Corea del Nord, se ne avrà bisogno, è la vicina Cina. La seconda ragione è che Pechino pretende stabilità nella Penisola coreana, proprio mentre Kim ha fatto mettere in costituzione l’abbandono dell’idea di riunificazione con il Sud e porta avanti un inasprimento dei rapporti con Seul (e con altri vicini). Pechino, dunque, assicura maggiori scambi economici con Pyongyang, vuole migliorare le relazioni e mostra rispetto, non snobba più il leader. Soprattutto, la Cina (come, d’altra parte, la Russia) non parla più della necessità di denuclearizzare la Corea del Nord. Per parte sua, Kim si destreggia tra Mosca e Pechino per estrarre vantaggi da entrambi.

Insomma, quello che sembrava il più improbabile dei leader mondiali è ora un protagonista che influisce sugli equilibri dell’Asia dell’Est: minaccia il Giappone, mette in guardia Taiwan, preoccupa le Filippine. E arriva in armi ai confini orientali dell’Europa. Il maresciallo può essere considerato il Kim di maggiore successo dei tre che hanno guidato la Corea del Nord dagli Anni Cinquanta: certamente del padre, Kim Jong-il, e addirittura del nonno fondatore della dittatura comunista, Kim Il-sung: è Kim Jong-un che ha di fatto costretto il mondo ad accettare Pyongyang come potenza nucleare; persino negli Usa di Trump, che ufficialmente continuano a chiedere la denuclearizzazione, la probabilità che ciò avvenga è data praticamente a zero.

I pochi resoconti indipendenti che arrivano da Pyongyang dicono anche che tra la popolazione il discontento sarebbe in calo e l’aspettativa di un minimo di miglioramento delle condizioni di vita in crescita: «pallottole e dolcetti», appunto; per il paradiso si vedrà. Il tutto non significa che, ora, la Corea del Nord è diventata un Paese «normale», meno paranoico, meno pericoloso, con il quale sarà possibile dialogare. Il regime sa che la sua sola forza sta nella retorica di guerra, nelle forze armate, nelle testate nucleari, nei missili che possono colpire tutti nell’area e probabilmente arrivare negli Stati Uniti. Nel club degli autocrati si fa carriera così.

16 agosto 2026

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