Le illusioni che generano il populismo
Nel mondo socialmente disgregato creano un falso senso di comunità: «noi» verso «loro»
Le illusioni che generano il populismo
Mauro Magatti | 16 agosto 2026Nel mondo socialmente disgregato creano un falso senso di comunità: «noi» verso «loro»
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Da anni ci si interroga sulle ragioni dell’avanzata sempre più decisa dei populismi, ormai diventati componente strutturale delle democrazie occidentali. La spiegazione più frequente parte dai fattori economici. Dopo la lunga stagione della globalizzazione, le disuguaglianze sono cresciute, la mobilità sociale si è rallentata e la classe media ha progressivamente perso sicurezza e fiducia. L’argomento è fondamentale, ma va completato tenendo presente anche gli aspetti culturali.
Diverse ricerche mostrano come una quota crescente della popolazione fatichi ad attribuire significato alla propria esistenza. Aumentano la solitudine, l’ansia, il disagio psicologico, la percezione di vivere vite frammentate e prive di una direzione riconoscibile. Non è soltanto una questione di benessere emotivo. È qualcosa di più profondo: la difficoltà di rispondere alla domanda su che cosa renda la vita degna di essere vissuta.
Su questo tema, una importante ricerca internazionale svolta dallo Human Fluorishing Programme di Harvard (due edizioni con più di 200 mila questionari in 22 Paesi) mette in discussione la correlazione positiva tra ricchezza economica e capacità delle persone di attribuire senso alla propria vita. Anzi, in molti casi si registra la relazione inversa: proprio le società più ricche registrano livelli più bassi di significato esistenziale.
Un risultato che smentisce l’idea secondo cui la crescita economica sarebbe sufficiente, da sola, a garantire il benessere collettivo. Naturalmente non si tratta di mettere in discussione l’importanza della crescita, del lavoro e della redistribuzione. Senza opportunità economiche non esiste coesione sociale né felicita individuale. Ma il reddito non è una misura sufficiente. A contare sono anche relazioni significative, occasioni di riconoscimento sociale, fiducia nelle istituzioni, senso di appartenenza, definizione di uno scopo verso cui orientare le proprie energie.
Quando questi bisogni rimangono insoddisfatti, riemerge con forza la ricerca dell’identità. Non a caso, è proprio il richiamo ad appartenenze etniche, religiose e nazionali che viene sistematicamente usato dalle forze populiste.
Il problema non è il bisogno di identità in sé, che è una dimensione costitutiva dell’esperienza umana. Ma l’identità costruita in forma oppositiva: il «noi» acquista consistenza soltanto contrapponendosi a un «loro». È questo il terreno sul quale prosperano il risentimento, la paura e la polarizzazione.
Ovviamente tra disuguaglianza economica e mancanza di senso esiste una relazione. La disgregazione sociale degli ultimi decenni ha dissolto più profondamente proprio le culture popolari. Creando un vuoto che viene oggi occupato dai populismi.
Vivere in una società complessa è difficile. Servono capitali economici, relazionali, culturali. La loro mancanza spiana la strada al risentimento. Il successo dei populismi nasce da qui. Essi non offrono soltanto risposte economiche. Offrono soprattutto una narrazione. Restituiscono alle persone l’impressione di appartenere a una comunità, di condividere un destino comune, di avere un nemico riconoscibile contro cui indirizzare il proprio malessere. Si tratta spesso di narrazioni semplificate e divisive, ma proprio per questo efficaci in una società per molti incomprensibile.
Se questa analisi coglie almeno una parte della realtà, allora le conseguenze sono molto importanti. Per rafforzare le democrazie non basta rilanciare la crescita economica. Occorre anche investire nella qualità umana della convivenza. La prima forma di investimento riguarda la cura delle persone. Costruire una vita dotata di senso non è un fatto esclusivamente privato. Richiede educazione, cultura, esperienze condivise, luoghi nei quali imparare a leggere il mondo e a interpretare la propria esperienza. Famiglia, scuola, università, associazionismo, volontariato, comunità religiose. Ma anche impresa. Il tessuto sociale rappresenta l’infrastruttura essenziale della democrazia, anche se raramente viene adeguatamente considerato.
La seconda riguarda il riconoscimento del ruolo delle appartenenze comunitarie. Una società non può vivere soltanto di individui che perseguono interessi privati. Per stare insieme servono ragioni condivise. Come ricorda Charles Taylor, nell’era post secolare, gli «immaginari sociali» — rappresentazioni comuni di ciò che rende desiderabile la convivenza — continuano a giocare un ruolo rilevante. Senza comunità capaci di generare senso condiviso, lo spazio pubblico si svuota e viene facilmente occupato da paure, rancori e contrapposizioni.
La risposta al populismo non passa solo dal combattere i crescenti squilibri economici. È ugualmente necessario ricostruire quelle condizioni culturali e sociali che permettono alle persone di sviluppare una vita significativa e di riconoscersi dentro una comunità aperta. Una società rimane unita quando offre lavoro, ma anche quando offre significato; quando genera ricchezza, ma anche legami; quando tutela i diritti, ma alimenta anche la speranza.
16 agosto 2026
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