«La verità è finita, l'hanno venduta. Però le favole...»
Corriere della Sera - Cultura

«La verità è finita, l'hanno venduta. Però le favole...»

Sabato 15 agosto 2026
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Jack Zipes è con buona probabilità il più importante studioso mondiale di fiabe. Ha appena pubblicato un volume che fa il punto sulla loro tradizione e la loro efficacia («Tecnologia e tv sono un guaio»). Qui ci consegna cinque storie da riscoprire, dieci testi imprescindibili e una nota amara...

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«La verità è finita, l'hanno venduta. Però le favole...»

di Pierdomenico Baccalario

Jack Zipes è con buona probabilità il più importante studioso mondiale di fiabe. Ha appena pubblicato un volume che fa il punto sulla loro tradizione e la loro efficacia («Tecnologia e tv sono un guaio»). Qui ci consegna cinque storie da riscoprire, dieci testi imprescindibili e una nota amara...

Illustrazione di Angelo Ruta per «la Lettura» (particolare)

Questo articolo è tratto da «la Lettura» #767 del 9 agosto 2026, disponibile nell'App del supplemento. 

 Non appena ci sentiamo, Jack Zipes mette le mani avanti: ci tiene a farmi sapere che è un accademico «felicemente in pensione». Germanista, professore emerito di Letterature comparate all’Università del Minnesota, Jack è con buona probabilità il più importante studioso mondiale di fiabe, della loro storia, della loro efficacia e del modo in cui si tramandano e ci tramandano i nostri e i loro valori culturali. Anche se oggi che ci sembrano scomparse, o ridotte a intrattenimento televisivo, relegate a semplici letture infantili, la loro capacità di farci riflettere sul mondo rimane intatta.
Le fiabe sono storie di meraviglia e di trasformazione, attinte dal mondo rurale, ma scritte e redatte, poi, per il pubblico più colto. Quello che, probabilmente, oggi, nemmeno legge più.

Ci siamo sentiti in occasione dell’uscita in Italia del suo nuovo, bellissimo, saggio: C’era una volta la verità (Donzelli).

Pensa che, di tutte le cose che hai scritto, quella che mi ha colpito di più riguarda i gatti. Dici che ci raccontiamo che i cani sono i migliori amici dell’uomo, ma nelle fiabe, invece, ci sono sempre e solo gatti. Come mai?
«Perché ci ricordano che noi siamo animali imprevedibili. I gatti non si aspettano niente: al massimo ci sopportano. E a proposito di cani e gatti, non so da voi, ma gli americani mi sembrano più amici dei loro animali che degli altri esseri umani».

Scrivi che è un peccato che ognuno di noi abbia perduto la sua utopia, in funzione di una generica utopia di massa. Come facciamo a riprendercela?
«Ogni cosa buona che gli americani sviluppano dal desiderio di trovare un mondo perfetto, un’utopia, viene quasi subito trasformata in qualcosa da vendere. Purtroppo gli americani sono attratti dal potere e dalla sua spettacolarizzazione. I capitalisti che dominano la nostra cultura si assicurano di saper sedurre la gente comune anche a costo di mentire e di renderla più stupida. In America non c’è più verità, la verità è stata venduta».

Da ragazzino amavo «Hänsel & Gretel» perché erano furbi e battevano gli adulti, brutti e arroganti che fossero. Lo sanno fare anche oggi?
«Nella mia esperienza, molto simile alla tua, non ho alcun dubbio che i bambini — prima che gli adulti li deformino invece di educarli — sappiano ribellarsi e diventare bravi narratori della propria vita. Intendo dire che i bambini percepiscono presto ciò che costituisce le verità autentiche della loro esistenza. È così che sviluppano integrità. In un mondo in cui dittatori come Trump, in America, generano povertà e inganni, i bambini si accorgono che qualcosa non va, e quindi cercano di riordinarlo, di trasformarlo in qualcosa che potremmo chiamare utopia. Perciò devono leggere più favole».

Cosa ne pensi dei ragazzi? Si sono allontanati troppo dal mondo o stanno solo aspettando il momento giusto per uscire di casa e riprenderselo?
«La tecnologia oggi è insidiosa, e i bambini hanno — o avranno — difficoltà a imparare a relazionarsi con empatia con tutte le altre persone. Sono troppo attaccati agli schermi e alle altre macchine. Di conseguenza perdono il senso del rapporto umano. Tutti noi che leggiamo i giornali e ascoltiamo i notiziari sappiamo, ad esempio, che migliaia di palestinesi sono stati uccisi, e ci facciamo un’idea. I nostri figli, invece, sono lontani, al sicuro, ma anche all’oscuro di tutto questo. Cosa accadrà quando i nostri bambini diventeranno adulti? Impareranno a pensare criticamente con la propria testa? Lo fanno già adesso? Dipende: tutto dipende dal fatto che imparino a sentire e pensare da soli».

Le favole scritte, raccolte soprattutto da autori uomini, hanno fissato canoni letterari e stereotipi, e in questo sono sempre state «aggredite» dal sopravvivere di altre versioni orali. Provocatoriamente, è possibile che questo sia il ruolo dei vari influencer e youtuber dei nostri giorni?
«C’è del vero in quello che dici. Però io la penso in modo leggermente diverso: ciò che è scritto e stampato può riflettere meglio quello che accade nel mondo rispetto al passaparola e agli influencer. La cultura stampata può cambiare ed essere riflessiva. La cultura orale, nella sua velocità ed esigenza di pubblico, può essere ingannevole e priva di fondamento».

Esistono ancora raccoglitori di storie, come quelli che girarono il mondo tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del secolo scorso, alla ricerca del folklore?
«Sì, sì, sì! Ho la fortuna di essere in contatto con narratori in Italia, Slovenia, India, Argentina, Francia, Canada, Regno Unito, Irlanda, Nuova Zelanda e altri Paesi. E ho visitato la maggior parte di questi luoghi. Le loro storie affondano le radici nelle tradizioni sociali: quasi tutti attingono i loro racconti dalla tradizione, e sono al tempo stesso consapevoli delle tradizioni sociali e politiche. Tengono vivo ciò che non dovrebbe andare perduto».
Cosa ne pensi delle favole che ci raccontiamo attraverso i libri illustrati?
«I libri illustrati sono per grandi e piccoli, non solo per i bambini. I genitori, per la maggior parte, non hanno tempo di leggere storie ai figli. Quei giorni se ne sono andati per sempre, ed è un peccato. Alcuni genitori, però, inventano loro storie e le raccontano a voce prima di metterli nanna. Almeno, è quello che ho fatto io con mia figlia, e poi con i nipotini».

In America è nato il movimento NoKings. Nelle favole si cerca di diventare re o regine. Come la mettiamo?
«Naturalmente, oggi la maggior parte delle persone non venera più un re o una regina, né vuole diventarlo; e in fondo i re e le regine delle vecchie fiabe erano quasi sempre benevoli e ben intenzionati. Oggi i re e le regine sono persone con montagne di denaro e di potere. Sono assassini e dittatori, e non importa loro quanta miseria causano nel mondo».

Siamo davvero destinati a leggere sempre meno?
«C’è una grande crisi nel mondo di oggi: il declino della lettura è enorme. I genitori tendono a far conoscere le fiabe ai figli attraverso la televisione, più che con i libri. I libri di fiabe possono essere costosi. I bambini sono esposti alle trasmissioni fin da piccolissimi: è più facile guardare che leggere. Negli Stati Uniti gli adattamenti televisivi delle fiabe proliferano molto più della lettura delle fiabe. I libri costano, i cinema costano, la tv, invece, è quasi gratis».

Qualcuno sostiene che le nuove favole siano quelle raccontate e vissute dai videogiochi. Tu cosa ne pensi?
«Non sono particolarmente esperto di videogiochi, ma trovo aberranti quelli che illudono lettori e spettatori di poter diventare eroi, o re e regine. Sono anche pochi, ormai i libri per bambini che li mettono in condizione di pensare con la propria testa. A me sembra che siano più che altro attività e narrazioni per intrattenere, addormentare e ipnotizzare».

Prima di scrivere «Pinocchio», Collodi era un nazionalista convinto e passionale, e spesso molte raccolte di storie sono state viste anche come un richiamo alle diverse identità nazionali.
«Non credo che le fiabe abbiano un ruolo da giocare rispetto al nazionalismo. Semmai, le fiabe migliori — come libri, film o persino serie tv — possono farci conoscere nazioni e costumi diversi. Ed è affascinante anche vedere come le fiabe possano essere adattate — non copiate — per rivelare come le persone possano trovare soluzioni nuove a modi di pensare vecchi».

La propaganda, scriveva qualcuno, è una favola andata male. Come facciamo a riconoscerla?
«È una domanda difficile. Non c’è modo di fermare la propaganda, ma possiamo chiederci cosa possiamo fare per impedirle di diffondersi. Dobbiamo raccontare buone storie, e buona arte. Come tutte le forme d’arte, la fiaba sa mostrare ciò che ritiene essere la verità».

Qual è il tuo personaggio favoloso preferito?
«Non ho una fiaba preferita, ma mi identifico sempre con il personaggio perdente, quello che non viene apprezzato per i suoi talenti. Credo che molti bambini si sentano soli e abbandonati dal mondo perché non hanno la comprensione delle loro famiglie e dei loro amici. Il fratello minore, lo studente disabile, lo straniero timido e intimidito: tutti questi personaggi, e altri ancora, rivelano che c’è bisogno di empatia più che di armi e mostri».

Ci dici cinque titoli di favole dimenticate che dobbiamo (ri)leggere?
«Mi vengono in mente cinque racconti pubblicati nel 1854 in un volume intitolato Grimms’ Other Tales. A New Selection a cura di Wilhelm Hansen. Furono raccolti da Hansen tra le carte dei fratelli Grimm e sono sconosciuti alla maggior parte degli studiosi. Ne esistono diverse versioni europee. Eccoli: The Princess on the Glass Mountain; The Crafty Wolf; The Musicians on the Gallows; The Children of Famine; The Deadman and the Pincess Freed from Slavery».

Ma se qualcuno, oggi, ti proponesse di raccogliere le nuove favole del mondo contemporaneo, tu accetteresti?
«Non vedo l’ora».

Illustrazione di Angelo Ruta

15 agosto 2026

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