L’Italia deve pensare al proprio futuro
Demografia, occorre una nuova politica per programmare gli ingressi di stranieri in regola. Più attenzione all’integrazione
L’Italia deve pensare al proprio futuro
Francesco Billari | 14 agosto 2026Demografia, occorre una nuova politica per programmare gli ingressi di stranieri in regola. Più attenzione all’integrazione
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Siamo di nuovo in emergenza. Succede ormai ogni estate. Succede su diversi fronti. Dagli incendi che divampano in ogni angolo del Paese, alle grandinate e trombe d’aria. Immancabilmente, arriva puntuale anche l’immigrazione. Vista appunto come emergenza. D’altronde, gli sbarchi avvengono più di frequente in estate, quando il Mediterraneo tende a fare meno vittime nelle traversate.
Alla fine dell’estate di tre anni fa, la presidente del Consiglio Meloni accoglieva a Lampedusa la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, dichiarando saggiamente: «E se qualcuno in Europa pensasse che di fronte alla crisi globale che stiamo affrontando, la questione si potesse risolvere semplicemente chiudendola all’interno dei confini italiani, chiaramente prenderebbe un abbaglio. Noi siamo di fronte a una portata tale, in tema di flussi migratori, che se non lavoriamo seriamente e tutti insieme sul contrasto delle partenze illegali, i numeri di questo fenomeno travolgeranno prima gli Stati di frontiera, ma poi tutti gli altri. E quindi è un problema che inevitabilmente coinvolge tutti, che da tutti va affrontato».
Il futuro dell’Europa si gioca su come affrontiamo le emergenze: diventiamo più forti quando lo facciamo assieme, come per il Covid-19. La reazione di molti paesi Ue, e dell’Italia, agli eventi di Ceuta, exclave spagnola in Africa, è opposta, con la chiusura di Schengen e l’idea di lasciarla negli strani confini spagnoli. Peraltro, per eventi subiti e non organizzati dal governo e dalla popolazione locale, forse addirittura provocati per dividere l’Europa. L’emergenza coinvolge tutti e da tutti va affrontata.
Ma questa è la punta dell’iceberg, che si scioglie sempre più velocemente: farsi trasportare unicamente dall’emergenza, polarizzare il dibattito solo sul qui e ora, è un errore molto grave. Ci porta ad abbandonare il pensiero, la discussione, il dibattito sul nostro futuro. Trasformiamo invece l’emergenza in opportunità: quella di discutere sull’immigrazione, sull’integrazione, sul futuro della popolazione Europea e Italiana in particolare.
Per le proiezioni che Eurostat ha rilasciato lo scorso aprile, la popolazione dell’Unione europea, partendo da 452 milioni nel 2025 è destinata a calare a causa del crollo della natalità e malgrado l’allungamento della vita. In assenza di immigrazione, la popolazione Ue calerebbe del 10% da qui al 2050, e ancor di più andando oltre. In assenza di immigrazione, la popolazione italiana calerebbe nello stesso periodo del 16%, quasi dieci milioni di persone in meno. Un calo che colpirebbe le aree del Paese già in difficoltà demografica, soggette a spopolamento. Da qui al 2050, infatti, anche cambiamenti nella natalità non avrebbero alcun impatto sulle potenziali forze lavoro, sul Pil, sul debito pubblico. L’immigrazione regolare è indispensabile. Ne è consapevole anche il nostro governo, che ha previsto quasi mezzo milione di ingressi tra il 2026 e il 2028 attraverso il decreto flussi. Che si aggiungono ai movimenti interni all’Ue: la Romania con più di un milione di residenti è il primo paese di provenienza degli stranieri residenti in Italia.
Nell’emergenza è fondamentale la solidarietà europea. Ma molte politiche di prevenzione delle emergenze, relative agli ingressi extracomunitari, all’accesso alla cittadinanza e in generale alle strategie di integrazione spettano agli stati nazionali. Chiunque voglia governare il fenomeno, in Italia, ha due priorità.
La prima è una strategia di lungo periodo per gli ingressi regolari. Il decreto flussi è figlio di un mondo che non esiste più: si voleva attrarre un singolo lavoratore, che potrebbe voler andare anche altrove, per uno specifico posto di lavoro che poi magari sparirà. Nella competizione globale, le politiche per un’immigrazione regolare devono invece mirare ad attrarre, non a respingere, le persone che desideriamo. Serve all’Italia una strategia connessa al mondo del lavoro ma anche demografica: visti per attirare coppie, famiglie anche con figli piccoli. Questo avrebbe il vantaggio di portare a un maggiore radicamento nel territorio, minori rischi di ordine pubblico, minore squilibrio tra uomini e donne (che molte nazionalità presentano in Italia), maggiore natalità. Effetti economici positivi, contribuendo a rallentare lo spopolamento e l’invecchiamento di molte aree del Paese.
La seconda priorità è l’integrazione, pensando anche ai sette milioni e mezzo di residenti che già oggi sono stranieri o naturalizzati nel nostro Paese. L’integrazione previene le emergenze «a casa nostra», cominciando dalla scuola, in crisi oggi non essendo stata pensata veramente a misura di bambine e bambini che non parlano l’italiano o che non possono essere aiutati dai genitori. Soprattutto nelle aree più economicamente avanzate del Paese. Ma è anche accesso alla cittadinanza. La strategia per gli ingressi regolari, per attrarre chi desideriamo e chi si vuole stabilire in Italia, deve anche prevedere una via plausibile alla cittadinanza italiana. Creare giovani orgogliosi di essere italiani è una grande garanzia per il futuro di una famiglia e di un Paese. Non a caso, le nazioni che storicamente usano sistemi di punteggio per attrarre migranti qualificati, dall’Australia al Canada, sono basate sullo ius soli, a volte temperato dalla necessità di essere figli di stranieri residenti. Se non vogliamo arrivare a questo, ripensiamo allo ius scholae o a schemi di famiglia. Se non lo facciamo saremo meno attrattivi per chi serve al Paese, e continueremo a generare emergenze, ai confini o dentro le nostre città.
Una politica orientata al futuro sull’immigrazione non è di destra né di sinistra. Se non pensiamo al lungo periodo, all’immigrazione regolare che desideriamo, visto che ne abbiamo bisogno per la nostra demografia, continueremo ad affrontare emergenze senza strumenti. Confondendo l’emergenza con la realtà, e discutendo di aspetti francamente secondari come i centri in Albania. Un disegno coerente sulla regolarità, tra l’altro, darebbe anche maggiore efficacia alle risposte contro l’irregolarità. Non lasciamo che questa ennesima crisi venga sprecata, e iniziamo a discutere del nostro futuro.
14 agosto 2026
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