Dall’isola di Prospero a Temptation Island
Corriere della Sera - Cultura

Dall’isola di Prospero a Temptation Island

Venerdì 14 agosto 2026
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Dall’isola di Prospero a Temptation Island

di Fortunato Cerlino

Per due settimane ho abitato su un’isola insieme a venti attori professionisti. Era l’isola di Prospero, il mago protagonista de La tempesta di William Shakespeare. Durante il laboratorio Tempestas, finanziato dal Nuovo Imaie, ci siamo immersi nei vertiginosi meccanismi narrativi e simbolici di quel capolavoro. Ci siamo misurati con le sue domande sull’uomo, sul potere, sul perdono e sul mistero. Abbiamo lavorato con Francis Pardeilhan, per molti anni attore dell’Odin Teatret e custode di una tradizione teatrale sempre più rara. Con Alessio Negro, allievo di Pierre Byland, abbiamo esplorato l’Homo Stupidens e il valore del fallimento come via verso la consapevolezza. Con l’astronomo Stefano Giovanardi abbiamo allargato lo sguardo all’universo. Con Daniele Vianello abbiamo attraversato la storia dello spazio scenico. Con Miriam Camerini abbiamo analizzato il Diluvio biblico e la lotta di Giacobbe con l’angelo.
Per dieci ore al giorno siamo rimasti chiusi nel Teatro di Villa Lazzaroni, a Roma, ospiti della scuola Fondamenta. Su quell’isola nulla era soltanto ciò che appariva. Gli spiriti parlavano ancora agli uomini. Ogni naufragio coincideva con una rinascita. Ogni personaggio costringeva il proprio interprete a guardarsi dentro, senza possibilità di scorciatoie.


Quando tornavo a casa mi sembrava di volare, come Ariel. Guardavo il mondo con occhi diversi, consapevole del miracolo che rappresenta l’arte e, in particolare, quel testo.
Poi, qualche ora dopo, stanco ma felice, sdraiato sul divano per un meritato riposo, qualcosa cambiava lentamente. Il vento cominciava a calare. Facevo zapping, evitavo programmi troppo impegnativi e finivo immancabilmente per arenarmi su un’altra isola. L’isola catodica di Temptation Island.
«Ne guardo cinque minuti e poi spengo. Per distrarmi», mi dicevo.
Cinque minuti diventavano dieci. Poi venti. Poi un’intera puntata. E, finita la trasmissione, ero ancora lì. Peggio. Rapito dalle vicende di quelle coppie alla deriva, cercavo su internet notizie sui protagonisti, ansioso di sapere se Soraya, finite le riprese, fosse tornata insieme a Christian.
Prima di addormentarmi, pressato da un leggero senso di colpa, continuavo a domandarmi come fosse possibile passare dall’isola di Prospero a quella delle tentazioni quasi senza soluzione di continuità. Com’era possibile che, dopo aver abitato un luogo dove ogni simbolo spalanca un abisso, sentissi il bisogno di rifugiarmi in un altro dove tutto sembrava svolgersi dentro la rassicurante grammatica sentimentale della gelosia, del desiderio e del tradimento?
Per giorni mi sono portato dietro questa domanda. Poi ho capito. Shakespeare non c’entrava. E, a dire il vero, non c’entrava nemmeno Temptation Island. C’entravo io. E il peso, a volte insostenibile, della bellezza.
Perché quando la bellezza ti raggiunge davvero non puoi più fingere che non esista. Ti cambia. O almeno prova a farlo. E la prima tentazione è proprio quella di tradirla. Di abbassare lo sguardo. Di tornare in un mondo più piccolo, più semplice, più governabile.
Quei giorni trascorsi sull’isola di Prospero non mi hanno lasciato soltanto immagini meravigliose. Mi hanno ricordato che l’uomo vive sospeso tra cielo e terra, in continua tensione tra due poli. Quando però si sale verso l’alto arrivano anche le vertigini, perché stare in alto richiede uno sforzo continuo di attenzione e presenza. È una condizione fragile, facile da perdere. Soprattutto però, ti spinge oltre una soglia del senso dalla quale non si torna più indietro. Tutto ciò che sembra solido improvvisamente vacilla. La realtà si fa più misteriosa, più vasta, più esigente. Ti precipita in una vertigine creativa che svuota il quotidiano delle sue false certezze.
Forse è per questo che, appena la bellezza ci sfiora davvero, nasce immediatamente il desiderio di rinnegarla. Proprio come Pietro. Prima ancora che il gallo canti tre volte.
Più Shakespeare mi proiettava verso un universo che mi chiedeva di restare in equilibrio sul nulla, più sentivo il bisogno di rifugiarmi in qualcosa di conosciuto, di rimettere i piedi per terra, di tornare in un luogo dove tutto fosse comprensibile. Dove il dolore potesse essere spiegato da un tradimento, una gelosia, un’incomprensione. Dove il bene e il male avessero il volto rassicurante di un fidanzato, di una tentatrice, di un falò.
Così, almeno per qualche ora, non dovevo più domandarmi che cosa significasse essere vivo. Mi bastava sapere chi aveva tradito chi. Il mistero lasciava il posto alla trama. L’intreccio prendeva il posto dell’ignoto. La vita diventava format.
Quelle due isole raccontavano due parti di me. L’isola di Prospero, dove basta un passo fuori dagli schemi perché si rivelino il sogno, la morte, il simbolo, la misericordia. E l’isola delle tentazioni, dove tutto si muove dentro emozioni primarie e immediatamente riconoscibili come la gelosia, il desiderio di essere scelti, la paura dell’abbandono, il bisogno di avere ragione. Un finito immensamente rassicurante per difendermi dall’infinito che, come il canto delle sirene, mi invitava a restare. A perdermi per ritrovare la mia natura autentica. Dopo quelle ore trascorse sull’isola di Prospero avevo bisogno del rumore del mondo. Di offrirmi, almeno per un po’, a un abbraccio mortale.
Oggi, a distanza di qualche settimana da quel laboratorio, mi rimane una certezza silenziosa. Shakespeare aveva ragione. Siamo fatti della stessa sostanza dei sogni. Ma sognare da svegli richiede coraggio. A proposito... Soraya e Christian stanno ancora insieme? Chi sa dirmelo?

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14 agosto 2026

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