Paolo Di Paolo: cliché nella letteratura meridionale? L'editoria punta più facilmente sui luoghi comuni
Lo scrittore interviene nel dibattito aperto sul «Corriere del Mezzogiorno» e lancia una proposta: «Parliamone a SalernoLetteratura»
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Paolo Di Paolo: cliché nella letteratura meridionale? L'editoria punta più facilmente sui luoghi comuni
di Mirella ArmieroLo scrittore interviene nel dibattito aperto sul «Corriere del Mezzogiorno» e lancia una proposta: «Parliamone a SalernoLetteratura»
Paolo Di Paolo
Sull’esotismo nella letteratura meridionale interviene, a chiusura del dibattito aperto una settimana fa su questo giornale, Paolo Di Paolo, scrittore, saggista e codirettore di SalernoLetteratura nonché profondo conoscitore del mondo editoriale. Ed è da qui che parte il ragionamento. «C’è un passaggio, fra gli interventi seguiti a quello di Carlo Pizzati su La Stampa e al tuo su queste pagine, che mi pare inaggirabile. Quello in cui lo scrittore Massimiliano Virgilio indica, fra i primi responsabili del “misfatto esotico”, professionisti che risiedono negli uffici commerciali delle grandi case editrici del nord. Virgilio parla di pigrizia del marketing, ed è un fatto: ha attecchito nella testa degli editor, sempre più svogliati e più cinici. C’è un pilota automatico insensato, efficace fino a un certo punto, innescato non so più da quanto. Mi deprime soprattutto quando si applica alla scelta degli esordienti: per una Giannone che vende, altre decine di debuttanti vendicchiano, rendendosi però ripetibili e sostituibili all’infinito. Avanti il prossimo, o la prossima. E nessuno/a lascia davvero il segno. Ma sarei anche più perentorio: è difficile costruire una fisionomia letteraria durevole e riconoscibile se si è solo il prestanome dell’ennesima ripetizione di uno schema. Fino a che i lettori non si annoieranno. Il problema è che non vale solo per meridionalismi e misfatti esotici».
Ma c’è una letteratura che va oltre i luoghi comuni…
«La letteratura fatta a sud nel tardo Novecento ha dimostrato di poter essere, al contrario delle mode, uno spazio di ricerca stilistica, linguistica e di immaginario più che notevole. Penso alla stessa Wanda Marasco, autrice di uno degli interventi nel dibattito. Un maestro riconosciuto come Starnone, citato anche da te, ma anche Saviano che vent’anni fa esordiva con “Gomorra” ha segnato un prima e un dopo. La macchina dei cliché si è attivata anche intorno a mafie e camorre, ma è un effetto collaterale per cui Saviano non ha responsabilità. Voglio citare la ricchezza espressiva di autrici come Silvana Grasso, Maria Attanasio, Silvana La Spina, la tensione poetica e civile di Carmen Pellegrino, l’inventiva linguistica e di immaginario di Elvira Seminara, ma anche autrici e autori pluripremiati come Desiati, Parrella, Franchini. Lo stesso Erri De Luca non rientra in nessuna linea convenzionale della letteratura “meridionale”: semmai ha inventato una sua napoletanità a rovescio, sghemba. La narrativa a metà fra saggio e flanerie di Silvio Perrella offre sempre grandi risorse emotive e intellettuali. Il punto comunque non è l’elenco, l’ampia legione di “alternativi”: è evitare che il loro lavoro sia soffocato dall’industria del prevedibile. Ferrante fa caso a sé, ma il ferrantismo è insopportabile».
E il rapporto con la tradizione?
«Dico una cosa ovvia: la letteratura italiana non esiste senza la letteratura nata a sud. Dalle origini, da Iacopo da Lentini, a Verga, passando da Basile e arrivando a Pirandello. Dal tardo Ottocento al pieno Novecento si infittisce la presenza di grandi autori del Mezzogiorno – uno su tutti, La Capria – ma c’è una galassia di grandi da riscoprire. L’editoria indipendente sta facendo un bel lavoro su Ramondino, Prisco, ma c’è ancora molto da fare per i due diversissimi Rea, Domenico e Ermanno. Qualcosa si muove su Corrado Alvaro. Ma in assoluto il fatto che le grandi sigle siano poco sensibili a queste ricchezze dei loro antichi cataloghi la dice lunga. Invece troverebbero e in parte stanno trovando nuovi lettori».
Cosa può venire di buono da questo dibattito?
«Vorrei che ci si trovasse per articolare pubblicamente il dibattito nello spirito di Francesco Durante e di quegli Stati generali della letteratura del sud che aveva immaginato e animato. Sotto il largo cappello SalernoLetteratura, che nell’ultima edizione ha omaggiato Alfonso Gatto, ci piacerebbe nel prossimo autunno, coinvolgendo le voci intervenute fin qui e ampliando il raggio, un grande momento di riflessione sulle prospettive di una letteratura che racconti il sud fuori dai luoghi comuni pretesi da un editoria concentrata al nord».
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14 agosto 2026
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