Letteratura meridionale: non è esotismo, i temi trattati sono universali
A proposito del dibattito sui romanzi del Sud e sulla scelta di ambientare al Nord un romanzo proprio per prendere le distanze
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Letteratura meridionale: non è esotismo, i temi trattati sono universali
di Emanuele BossoA proposito del dibattito sui romanzi del Sud e sulla scelta di ambientare al Nord un romanzo proprio per prendere le distanze
Fotografia di Mimmo Jodice
Ho letto il pezzo di Carlo Pizzati sulla Stampa, la risposta di Mirella Armiero e il dibattito che ne è seguito sul Corriere del Mezzogiorno. Mi sono fermato soprattutto su un concetto: quello di «narrativa meridionale». Pizzati individua in questa narrativa alcune ricorrenze: la famiglia disunita, il trauma non detto, la memoria come ferita, il rapporto tra genitori e figli. È qui che qualcosa mi convince meno.
Siamo sicuri che questo catalogo sia meridionale? Basterebbe cancellare per un momento i nomi dei luoghi. «La luna e i falò» di Cesare Pavese è un romanzo del ritorno, della violenza e di un mondo contadino che scompare. «La malora» di Beppe Fenoglio racconta la miseria, la famiglia, i padri, la terra, la sopraffazione. Nelle «Otto montagne» di Paolo Cognetti ritroviamo la memoria e un figlio che continua a misurarsi con un padre anche dopo la sua morte. Non diremmo per questo che la famiglia disgregata, la memoria ferita o il conflitto tra padri e figli costituiscano una grammatica narrativa del Nord. Li riconosciamo per ciò che sono: alcune delle ossessioni intorno alle quali la letteratura interroga da sempre gli esseri umani. Questo non significa che i luoghi non contino. Significa, semmai, il contrario. Pavese è inseparabile dalle Langhe, Fenoglio da Alba; García Márquez dalla Colombia — Aracataca continua a vivere, trasformata, dentro Macondo —; Cormac McCarthy ha fatto del confine e del West americano una delle geografie fondamentali della propria opera.
Il legame tra uno scrittore e i suoi luoghi può essere profondissimo, anche quando quei luoghi vengono reinventati. Flannery O’Connor, soprattutto, è stata una scrittrice del Sud degli Stati Uniti nel senso più radicale possibile. La Georgia è dentro la religione dei personaggi, nei rapporti di classe, nelle strade provinciali, nella violenza, nella lingua. Togliere il Sud americano da O’Connor significherebbe togliere qualcosa alla struttura stessa della sua opera. Eppure posso leggerla a Napoli, dall’altra parte dell’oceano, senza avere la sensazione di compiere un viaggio dentro un’alterità esotica. O’Connor scava in un punto precisissimo del mondo e trova qualcosa che riguarda anche me. È forse uno dei misteri più affascinanti della letteratura: l’universale non nasce dalla cancellazione della geografia, ma dalla capacità di attraversarla.
La questione cambia quando la geografia, da strumento per comprendere uno sguardo, finisce per stabilirne in anticipo i confini. È qui che la definizione di «narrativa meridionale» diventa una questione politica, perché bisogna chiedersi che cosa quell’aggettivo produca. Essere profondamente piemontese non ha impedito a Pavese di diventare uno degli scrittori attraverso cui raccontiamo il Novecento italiano. La domanda è se riconosciamo sempre la stessa possibilità a chi scrive dal Sud. Se l’appartenenza alla Campania, alla Sicilia o alla Calabria possa essere un punto di partenza senza diventare un perimetro; se uno scrittore possa essere riconosciuto per il valore della propria opera prima ancora che come rappresentante di un territorio; se gli siano riconosciute le stesse occasioni di legittimazione e di presenza nel discorso culturale. Questa riflessione mi riguarda anche personalmente.
Sono nato a Napoli e il mio romanzo, in uscita a settembre per Mondadori, è ambientato in una provincia immaginaria del Nord Italia. È lì che ho sentito di dover collocare la storia che volevo raccontare: non per allontanarmi da Napoli, ma perché quella storia, mentre la scrivevo, chiedeva quella geografia. Eppure oggi mi chiedo quanto abbia contato, anche inconsapevolmente, il desiderio di non essere ricondotto subito alla mia provenienza. Se la stessa storia fosse stata ambientata in Campania, sarebbe stata letta nello stesso modo? Non conosco la risposta. So invece che prima o poi scriverò di Napoli. È una città — e una lingua — verso cui sento un rispetto profondo e con la quale ho un rapporto complesso, che non credo di avere ancora compreso fino in fondo e non vorrei mai usarla come un segno di riconoscibilità o come una scorciatoia. Si scrive anche per porsi domande e cercare risposte che ancora non abbiamo. Forse allora scoprirò che la questione non era scegliere tra Sud e Nord, ma trovare il punto da cui guardare abbastanza a fondo.
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13 agosto 2026 ( modifica il 13 agosto 2026 | 19:20)
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