Janare e coralli a Procida
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Janare e coralli a Procida
di Maria Angela RobustelliI procidani l’avevano ribattezzato il Canalone da quando nell’Ottocento, i Borboni decisero di scavare una strada incassata nell’imponente collina di tufo che separava il porto di Marina Grande dall’entroterra dell’isola, per facilitarne i collegamenti e il trasporto delle merci. Per la sua conformazione stretta, profonda e allungata, questa fessura, oggi nota come Via Libertà, è in tutto e per tutto simile a un canale scosceso scolpito nella roccia.
La percorrevo nelle prime ore di un pomeriggio estivo, semideserta perché tutti erano al mare, mentre io avevo bisogno di camminare per schiarirmi le idee. Pensavo a quanto fosse impegnativo per una donna, decidere di portare quasi sempre i pantaloni nella vita e non solo in senso lato. Una scelta estetica che sfida i canoni classici di seduzione da un lato — come se non avessimo già abbastanza problemi con le gonne — ma anche una metaforica affermazione di forza, l’impronta autonoma di una donna risoluta. Almeno questa era l’idea bacata a cui mi aggrappavo, dopo aver mandato quella email di lavoro senza mezzi termini e dopo essermi definitivamente resa conto che il tizio con cui uscivo da qualche settimana, era un egotico sostenitore di conversazioni autoreferenziali e dei bermuda estivi.
Un’accoppiata senza soluzione di continuità.
Poco prima di arrivare al porto, sulla sinistra, riparato rispetto agli impersonali bazar di souvenir, vengo attirata da un negozio di coralli che aveva un che di antico. Come richiamata da una lieve forza simile a una brezza marina che gonfia le vele inducendo la rotta, entrai per dare un’occhiata.
Tra quei magnifici coralli di ogni foggia e provenienza, seduta dietro a un bancone di ferro battuto, una donna dall’età indecifrabile, capelli corvini e occhi fissi sulla collana che stava infilando, non sembrò neanche notare la mia presenza e non proferì nemmeno una parola, fino a che, dopo un tempo che sembrava essersi misteriosamente fermato tra quelle teche, non le chiesi di provare un bracciale di corallo rosso intenso.
Quello è un corallo sardo, lavorato a Torre del Greco, non è per te, mi disse senza rivolgermi lo sguardo. In che senso scusi?, le risposi come incantata, Tu hai bisogno di protezione e di serenità della mente, prendi l’Heliopora, il corallo turchese. È il più raro ma ti aiuterà a placare lo stress emotivo e l’impulsività. Per prendere decisioni ponderate senza paura del giudizio, ribatté lei mettendomi al polso un altro gioiello e guardandomi finalmente negli occhi.
Qualcosa mi disse che quello non le era un gesto congeniale.
Giovanna, nata a Procida da una famiglia dedita da generazioni al commercio del corallo. Sua nonna era considerata una guaritrice dell’isola e come la sua bisnonna aveva fatto con la figlia, anche a lei aveva insegnato la pratica del pendolo e degli unguenti.
Una ribelle per i suoi tempi, mi dice. Le aveva raccontato sin da bambina tante leggende marinare — oggi riscontrabili in diverse opere della demologia campana — legate all’isola e a tutte quelle donne che rifiutavano la sola funzione sociale di mogli e madri e che, edotte nelle arti magiche e nelle pratiche di guarigione, esercitavano il loro desiderio di evasione tramite il volo e la trasfigurazione, come volontà di fuggire temporaneamente da una quotidianità opprimente e patriarcale.
Le janare, come sua nonna.
La storia che le raccontava sempre era quella de Il gatto di Procida — titolo ispirato alla sagoma felina dell’isola vista dall’alto — ben nota tra i racconti di superstizioni dei marinai del Golfo di Napoli, ambientata a Terra Murata.
Aniello e Nunziata erano due giovani sposi molto innamorati. Quando lui si imbarca subito dopo le nozze, la moglie, divorata dal sospetto di un tradimento, si trasforma in una berta maggiore, uccello marino notturno dal verso simile al pianto di un bambino, per inseguire la nave.
Arrivata sul ponte, si muta in un gatto nero e scopre il marito in flagrante adulterio. Furiosa, Nunziata scatena una chiamata, la tempesta magica evocata per vendetta attraverso i venti, quando Aniello, impressionato dal felino, gli scaglia contro una pietra colpendolo al capo.
Al ritorno a casa, il marinaio trova la giovane moglie ad attenderlo con una profonda ferita sanguinante sul capo, svelando per sempre la doppia identità della sua sposa.
A questo punto Giovanna, in risposta al mio sguardo assorto come in un’altra dimensione, mi disse, Se stai cercando, navigando a vista, chi ti renderebbe felice, sappi che dovrai prima vedere terra da sola, realizzando i tuoi obbiettivi. Solo allora potrai scegliere con chi condividerli.
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13 agosto 2026
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