Dal tumore al fumetto: la storia di Claudio Marinaccio, il torinese che racconta una generazione: «Ho fatto a strisce Torino»
Dal tumore alla rinascita attraverso il disegno: la storia di Claudio Marinaccio, fumettista torinese che racconta con ironia Torino. Ora in libreria con il suo ultimo lavoro «Tutto bene tranne il resto»
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Dal tumore al fumetto: la storia di Claudio Marinaccio, il torinese che racconta una generazione: «Ho fatto a strisce Torino»
di Luca IaccarinoDal tumore alla rinascita attraverso il disegno: la storia di Claudio Marinaccio, fumettista torinese che racconta con ironia Torino. Ora in libreria con il suo ultimo lavoro «Tutto bene tranne il resto»
Origini pugliesi, nato a Torino nel 1982, cresciuto a Cascine Vica, residente a Villarbasse, negli ultimi anni Claudio Marinaccio si è rivelato come un fumettista capace di raccontare, come pochi, la propria generazione, i millenials. Più volte ospite sulle pagine de «La Lettura», sul profilo Instagram disegna soprattutto la nostra città, con uno sguardo ironico e laterale: il Tamango e la rotonda Baldissera, i Murazzi e l’abitudine a inventare i nomi dei luoghi, l’Angelo azzurro e Giancarlo.
D’un tratto, sette anni fa, ormai trentacinquenne, ha preso a raccontare storie con disegni.
«Facevo il giornalista, fino ad allora disegnavo solo per me. Poi ho avuto un tumore al braccio (ci mostra la cicatrice, ndr), e ho preso consapevolezza che si muore. Dopo la cura, avevo bisogno di catarsi: così ho rubato un foglio a mio figlio, i pennarelli e ho cominciato a raccontare la mia vicenda. Che è arrivata a Tito Faraci di Feltrinelli Comics ed è diventata il libro Trentatré raggi ionizzanti: trentatré, come le mie sedute a Candiolo».
Chi era prima di allora?
«Nipote di immigrati pugliesi, mio nonno – contadino, analfabeta – era venuto su a lavorare per la Fiat. Da ragazzino abitavo a Cascine Vica: mi davano del terrone, e quando scendevo al paese mi chiamavano polentone. Sentivo di non appartenere a nessun luogo. Tant’è che nel 2006, innamoratomi di una cilena, per un anno andai a vivere a Santiago: avevo lavorato al Villaggio Olimpico, mi era rimasto il desiderio di girare il mondo».
Poi di nuovo a Torino.
«Studiando economia presi a lavorare in un negozio d’elettronica in centro; in stage, a 300 euro al mese. Poi in uno di fotografia: mi servì, imparai l’idea di inquadratura. Si pensa che il fumetto sia un genere, ma è in realtà è un mezzo espressivo, assomiglia più al cinema che al romanzo. Poi finii in un call center, che soprannominai “il cimitero dei sogni infranti».
Cioè?
«Un posto pieno di persone interessanti che non erano riuscite a esprimere il proprio talento: biologi, avvocati, uno persino sapeva il russo. È un’esperienza che mi accomuna a Willie Peyote».
E, come Peyote, lei mette spesso Torino nei suoi lavori.
«Ora ci ho fatto pace: Torino sono io, e lei è, in parte, me. È una città con un’estetica nascosta, con una cultura nata dal basso da Giancarlo, ai Murazzi, dove c’erano i lavoratori, i tamarri e quelli centri sociali, e tutto stava assieme».
Un po’ la città immortalata da Marco Ponti.
«Sì, quella di “Santa Maradona” ma anche di “A/R”, che è stato sottovalutato, di Willie, dei Subsonica, degli scrittori Enrico Remmert e Guido Catalano. Mi piacerebbe che Torino oggi fosse come la Parigi degli anni Venti del secolo passato, quando artisti, poeti, pittori si incontravano al bar. Adoro i bar: sono luoghi di storie, ideali per i narratori».
Su Instagram parte da piccole cose…
«Riconosciute dai torinesi e curiose per chi non è della città. Una storia è sulla Torino esoterica: parla dei controviali, chiaramente una creazione del demonio; come si può pensare di dover girare a destra per andare a sinistra? Adesso che tutti discutono dell’Odissea ho raccontato un viaggio mitologico cittadino: la rotonda Baldissera. Oppure Giancarlo degli anni Novanta: dimostro che se sei sopravvissuto ai bagni di Giancarlo, puoi sopravvivere a tutto. Ho scritto una striscia sul Tamango: i ragazzi di oggi non lo conoscono; ma come puoi essere di Torino senza sapere cos’è il Tamango?»
Ma è capace di uscire dalla sua comfort zone.
«Troppo spesso gli artisti vivono in funzione di quello che funziona: capiscono cosa piace al pubblico, lo ripetono. Io non voglio piacere a tutti i costi: se c’è una cosa che ha insegnato Guccini, appena scomparso, è che si deve fare la propria strada. Ho disegnato “Non può piovere per sempre”, un’inchiesta sulla salute mentale dei ragazzi per Sky TG24, a novembre è uscito il libro Tutto bene tranne il resto. Tra l’altro lo devo indirettamente ad Aldo Cazzullo: quelli di Harpers Collins mi dissero “il libro di Cazzullo su San Francesco è andato così bene che possiamo permetterci di pubblicare il tuo”».
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